Quando (e perché) i figli uccidono i genitori

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«Non passava giorno senza che mi dicessero che non valevo niente, che ero un buono a nulla, un fallito. Per questo li ho uccisi». Sono le parole di Riccardo Vincelli, il sedicenne che in provincia di Ferrara ha massacrato i suoi genitori a colpi d’ascia.

Riccardo è un tipo moderno: look curato, molti amici nella vita di tutti i giorni, sui social network e come a volte capita anche qualche brutto voto a scuola e qualche dissidio in famiglia. Le sue giornate le trascorre con Manuel, diciassette anni. Tra i due c’è un buon rapporto, stesso stile di vita, stessi hobby, stesso bar, i motorini dello stesso modello, poco impegno a scuola e a volte anche le stesse canne. Due ragazzi come tanti, magari con ancora pochi obiettivi di vita, ma pur sempre normali e che, come molti loro coetanei, vivono il periodo più difficile della crescita. Eppure, la sera del 10 gennaio 2017, Riccardo smette di essere un sedicenne in transizione e diventa un giovane omicida, macchiandosi le mani con lo stesso sangue che scorre nelle sue vene. Riccardo oggi, per i media, per la giustizia, per la comunità di Pontelangorino e per tutti noi non sarà più il ragazzo ribelle e svogliato della scuola, ma il suo volto assieme a quello dell’amico Manuel passeranno alla cronaca come gli assassini di Nunzia e Salvatore Vincelli, genitori di Riccardo. Reati efferati come quello avvenuto a Pontelangorino, finiscono per non fare più notizia. La cronaca nera Italiana degli ultimi anni è diventata ormai un lungo elenco di omicidi compiuti spesso per mano di minorenni che hanno ucciso i loro padri e le loro madri. E’ il caso di Ferdinando Caretta che uccise madre, padre e fratellino; di Pietro Maso che con brutalità e cinismo uccise i genitori grazie anche alla complicità di alcuni amici al solo fine di incassare l’eredità. Poi c’è la triste mattanza di Novi Ligure, per dirla come ce l’hanno propinata i media “la storia dei fidanzatini killer Erika e Omar” che uccisero la mamma contrariata dallo scarso rendimento scolastico della figlia, vittima della lucida follia rimase anche il fratellino di appena undici anni. Reati consumati non in preda ad un raptus ma premeditati, studiati da tempo, con un unico, stesso, triste epilogo, che ci obbliga a riflettere su quanto il disagio e la psicopatologia giovanile siano aspetti su cui intervenire, su cui investire le risorse di questo paese, e che non può continuare a rimanere sottovalutato. Perché gli adolescenti compiono gesti così efferati, mascherati da gesti di ribellione alle regole o ai divieti dei genitori? cosa li spinge a strappare la vita a chi gliel’ha data, come si può arrivare a tutto questo?

Gandolfa D’Angelo, neuropsichiatra infantile, da diversi anni si occupa di adolescenti con gravi disturbi psicotici e fa parte dell’equipe medica dell’Ambulatorio per l’Adolescenza presso l’Ospedale Aiuto Materno di Palermo. E’ a lei che ci siamo rivolti per tentare di affrontare questi interrogativi.

Quali sono le cause, cosa c’è all’origine di questo disagio che sfocia in violenza?

Bisogna andare a guardare dentro la storia personale di ciascun ragazzo o persona adulta che arriva ad un atto così estremo. In genere la violenza è l’atto finale di una storia unica, che inizia fin dalle relazioni primarie di attaccamento del bambino con le figure adulte di riferimento, continua con le sue prime esperienze scolastiche e di socializzazione e con il difficile passaggio attraverso la tempesta adolescenziale. Bisogna andare a cercare cosa non ha funzionato e perché non ha funzionato, senza aspettarci di trovare necessariamente eventi traumatici eclatanti o ambienti di vita difficili o degradati.

Sono eventi figli dei nostri tempi?

Il parricidio è inaccettabile, ci fa orrore, ma non è un evento dei nostri tempi, è un evento umano, il mito lo svela- ricordiamo Edipo che uccide il padre, sposa la madre e si acceca per espiare la colpa- Freud lo riprende per rendere comprensibile la sua grande intuizione sulle fantasie infantili. Non basta cercare solo spiegazioni di carattere sociologico, dire che questi episodi sono il frutto dei nostri tempi, anche se in ogni momento storico si può creare un humus che favorisce l’insorgere di un determinato disagio o di una determinata patologia.

Quanto è diffuso il disagio giovanile?

Nel nostro lavoro clinico con gli adolescenti, assistiamo ad un incremento crescente delle patologie narcisistiche caratterizzate da un sentimento di onnipotenza del ragazzo, da un Io megalomanico che non tollera nessuna critica o attacco a questa immagine di sé costruita poco alla volta e funzionale a difenderlo da sentimenti di impotenza e di fragilità. Oggi più che mai, l’adolescente facilmente trova linfa per alimentare questa sua onnipotenza, per poter pensare che niente può porre dei limiti ai suoi desideri, niente può limitare la sua libertà e la trova nell’incapacità dei genitori, della scuola, della società di porre dei limiti, di stabilire e difendere la “legge”. Come dice Recalcati una società senza legge annulla il senso di colpa che accompagna il parricidio.

C’è un fattore scatenante la reazione violenta?

Si, per esempio quando Riccardo dice che ha ucciso i genitori perché gli dicevano che ”non valeva niente”, dobbiamo pensare che in una personalità narcisistica, malata, una critica di questo tipo, tanto più se ripetuta ogni giorno, può provocare una ferita talmente grave da indurre o un sentimento di intollerabile vergogna che è la causa più frequente di suicidio in adolescenza o un odio che può sfociare in atti estremi di violenza. È la stessa ferita narcisistica che sta alla base, a mio giudizio, di molti femminicidi che fanno seguito ad una separazione voluta dalla donna.

C’è una fragilità intima ma anche relazionale quindi?

Esattamente, altra caratteristica della personalità narcisistica è la mancanza di empatia fino all’anaffettività: gli altri, perfino i genitori sono strumenti per la realizzazione dei desideri e quindi privi di umanità per cui si possono eliminare come un qualsiasi altro ostacolo. Con questo non voglio tracciare un quadro psicopatologico dei due ragazzi assassini, ma dire che la storia personale di ciascuno di loro, che può anche essere una storia psicopatologica, ci può dare una qualche risposta. Ma non tutte le risposte, come sempre accade di fronte ad orrori che la nostra mente non può contenere.

Quali sono i segnali a cui fare attenzione?

I segnali sono i più vari e a volte i più banali. In questo caso, di cui sappiamo pochissimo, anzi quasi niente, c’era un insuccesso scolastico. Sappiamo che per esempio un ragazzo con un disturbo narcisistico tenderà a sottrarsi alle interrogazioni perché non tollera il giudizio, la frustrazione del fallimento, la vergogna di fronte alla classe. Allora farà lo spaccone, lo strafottente, si assenterà spesso e nessuno si accorgerà che dietro c’è una grande sofferenza che sfocia in un atto lesivo il più delle volte contro se stesso, in rarissimi casi contro gli altri. Naturalmente a noi sembra sproporzionato, ma non lo è in quella mente e in quel momento.

Media, videogiochi, internet, gli stili di vita moderni influenzano negativamente queste personalità?

Tutti questi mezzi possono influenzare o meglio favorire il compiersi di un atto violento più o meno grave solo laddove c’è già una predisposizione per i motivi di cui abbiamo parlato prima. I media propongono continuamente e morbosamente immagini violente che finiscono per perdere il senso dell’atto violento stesso, fino a trasformare il male in qualcosa che va consumato ed evacuato senza passare attraverso la coscienza dello spettatore. Anche i videogiochi, di cui bambini e adolescenti sono grandi consumatori e grandi interessi economici li vogliono grandi consumatori, spesso sono violenti e l’adolescente passa molte ore della sua giornata immerso in questa realtà virtuale in cui uccidere è semplicemente eliminare un ostacolo per passare al livello successivo. Credo che laddove ci sia un disagio mentale più o meno manifesto, sia possibile perdere il confine fra realtà virtuale e vita reale. Questo può favorire il passaggio all’atto violento. Infine ci sono i social, mondo in cui l’identità di ciascuno diventa assolutamente fluida, dove i sentimenti, i fatti vissuti, le esperienze vengono dati in pasto alla massa e gettati via in un tritatutto da dove escono privi di senso. Il risultato di tutto ciò è che l’adolescente, privo dei punti fermi che può avere un adulto, vive immerso in quella che qualcuno, di cui non ricordo il nome, ha definito una grave “anestesia etica”.

Cosa possono fare le famiglie, gli educatori per arginare o riconoscere e affrontare tale fenomeno?

Gli adulti, sia genitori che insegnanti, devono mantenere uno sguardo attento, empatico, direi anche curioso, che però, e questo è difficile, non deve mai essere intrusivo. Cosi è possibile scorgere i segnali di un disagio o i segnali di una patologia emergente. A volte però può essere difficile distinguere questi segnali ma è possibile rivolgersi ad uno specialista, eventualità che, lo testimonia la mia esperienza di ogni giorno, gli adolescenti accettano più volentieri di quanto si possa pensare.

Quale percorso rieducativo dovrebbero affrontare questi ragazzi?

Non so dire del percorso rieducativo, non mi sono mai occupata di un tema così complesso, penso che però sia assolutamente necessario per prima cosa riaffermare “La Legge”, che non è solo la legge dello Stato o della società, è la Legge Umana, quella che pone dei limiti che non si possono e non si devono oltrepassare.

Marianna Aida Alessio

 

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