DALL’OSPEDALE AL TERRITORIO, CAMBIARE SI PUO’

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E’ ormai chiaro a tutti che per migliorare l’offerta dei servizi sanitari e continuare a garantire il diritto costituzionale alla salute, fornendo percorsi di cura iso-costo, occorre avviare un profondo processo organico di rifunzionalizzazione dell’esistente.

Uno dei problemi più grandi che dovremo affrontare nel futuro è la gestione  della malattie croniche, strettamente correlate con l’innalzamento dell’età media.

L’attuale e futura sfida di tutti i  Sistemi Sanitari, infatti, è legata all’aumento di tali patologie:  nel 2030 si attendono 170 milioni di persone con malattie degenerative e croniche nel mondo!

Il nostro sistema, così come organizzato, non è più in grado di dare risposte adeguate e sostenibili ed occorre mettere mano ai due macrosistemi su cui si sviluppa l’offerta sanitaria: il sistema ospedaliero e territoriale.

Le nuove proposte di politica sanitaria individuano la soluzione nel trasferimento, dall’ospedale alla medicina territoriale, di maggiori competenze, sviluppando modelli  organizzativi per la gestione della cronicità centrati sull’integrazione ospedale-territorio.

L’uso appropriato dei servizi territoriali e ospedalieri, evitando sovrapposizioni di ruoli e di attività, produrrebbe, infatti, livelli di setting  assistenziali appropriati ai bisogni di salute con un contenimento dei costi della spesa sanitaria.

Il modello organizzativo prevede che molte prestazioni, prima erogate in regime di ricovero ospedaliero o day hospital, vengano inserite in un percorso, programmato e organizzato, di prestazioni ambulatoriali da svolgersi in un sistema territoriale che prevede una gestione integrata (ADI) tra i MMG – team multidisciplinari (medici specialisti, infermieri, terapisti della riabilitazione) – uffici amministrativi e gestionali.

Ruolo importante, in questa struttura funzionale di Know-how differenti, è assegnato al paziente, che deve acquisire maggiore consapevolezza della sua condizione clinica  e della necessità di sottoporsi a monitoraggio continuo.

A tale scopo il paziente, oltre che di attività terapeutiche, diventa oggetto di azioni educative e preventive orientate al  rinforzo cognitivo sulle nuove figure sanitarie a questo compito deputate.

La messa in opera di questo modello richiede un grosso sforzo organizzativo e strutturale perché, mentre gli ospedali, che  fino ad oggi hanno rappresentato l’area di riferimento dell’offerta sanitaria, sono strutture  concrete e facilmente individuabili (hai un problema , c’è un ospedale) offrendo percorsi interni di facile identificazione (emergenze – reparti specialistici), il “sistema territorio” è frammentato, disarticolato e multi-localizzato (medico di base, poliambulatorio, specialista, cure domiciliari, farmacia, erogazione presidi ed ausili…).

In sintesi, a fronte di un blocco unico e ben organizzato “OSPEDALE”, non esiste un blocco unico e funzionalmente organizzato “MEDICINA DEL TERRITORIO”.

La politica ha avviato in qualche modo questo processo di cambiamento dell’offerta ma, mentre  ha cominciato, per esigenze di bilancio pubblico (altrimenti probabilmente non l’avrebbe mai fatto), a tagliare posti letto e servizi ospedalieri,  non ha fornito, contestualmente, come alternativa valida e già organizzata,  il sistema di medicina territoriale.

In cambio della abolizione di una realtà, quella ospedaliera, è stato fornito soltanto un progetto che attualmente è un work in progress!

Nella maggior parte dei casi, infatti, le strutture territoriali (chiamate  ora PTA, ora Case della Salute oggi, con il decreto Balduzzi, AFT – aggregazioni funzionali territoriali e UCCP – unità complesse di cure primarie…) sono rimaste, dal punto di vista organizzativo e strutturale, le stesse di prima,  ma con nuovi e maggiori compiti.

Ciò produce  disagi agli utenti  e confusione e squilibri organizzativi nelle aree ove opera il personale della sanità.

Negli anni passati abbiamo assistito a grossi investimenti nella edilizia ospedaliera ma pochi investimenti nella assistenza territoriale.

La scelta di deospedalizzare la sanità e la conseguente necessità di modificare l’assetto organizzativo e strutturale della medicina territoriale, deve prevedere, necessariamente, nuovi investimenti  strutturali e sulle risorse umane.

Così, anche l’assegnazione di nuove competenze agli attori principali del territorio, medici di base, specialisti convenzionati interni ed esterni, richiede una revisione dei contratti e dei rapporti di lavoro con il SSN.

Poiché non c’è riforma che si possa fare a costo zero, sarà  indispensabile dirottare le risorse e le economie sopraggiunte alle strutture territoriali ed ai suoi operatori.

Vito Badalamenti

(Responsabile UOS Socio Sanitaria Distretto 34 – ASP Palermo)

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