La mediazione penale: una strada alternativa alle pene afflittive

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“L’obiettivo primario della giustizia, è la felicità. Sfortunatamente, oggi ce ne siamo dimenticati e molto spesso la Giustizia non riesce a rispondere a questo obiettivo, oltre che per mancanza de mezzi, anche perché ha perso di vista la finalità originale della sua funzione”. Così Jacqueline Morineau, esperta di mediazione penale di fama internazionale, ha aperto il convegno sulla giustizia riparativa organizzato dall’Università degli Studi di Palermo, in collaborazione con l’associazione Spondé, nella Sala delle Capriate di Palazzo Steri. Scelta certamente suggestiva quella dell’ex sede dell’Inquisizione spagnola, per riflettere insieme su un diverso modello di giustizia, non repressiva, ma che cerca di riparare l’offesa arrecata alla vittima e favorire il reinserimento sociale del reo e la sua rieducazione, obiettivi sanciti dall’art. 27 della nostra Costituzione, secondo cui “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”.

Strumento principale della giustizia riparativa, la mediazione penale conosce oggi varie declinazioni fra cui quella umanistica, di cui Jacqueline Morineau è sostenitrice. “In un’epoca attraversata da conflitti, la mediazione penale ci offre una strada alternativa da seguire”, ha spiegato Morineau, “dopo la rivoluzione francese la legge positiva è diventata la risposta al bisogno di giustizia, ma non sempre la norma giuridica contribuisce a creare ‘la giustizia’: soprattutto quando maggiore è il conflitto, le soluzioni giuridiche possono risultare insufficienti e non soddisfare in maniera adeguata le attese della gente”.

Dalla tragedia greca alla mediazione penale

Jacqueline Morineau non ha una formazione giuridica. Dopo essere stata ricercatrice al British Museum di Londra, ebbe però la straordinaria occasione di partecipare ad un progetto, lanciato nel 1983 dal Ministro della giustizia francese Robert Badinter, per la creazione di una forma alternativa alla giustizia repressiva. Fino ad allora esperienze di mediazione penale erano state tentate solo in Inghilterra, negli anni ’70, e nei paesi Scandinavi. “Eravamo senza esperienza, per questo ho attinto alla mia formazione classica ed in particolare alla tragedia greca”, spiega Morineau, “quando mi sono trovata di fronte a persone che avevano agito con violenza, che nutrivano sentimenti di odio e di vendetta, mi sono trovata in un ambito conosciuto: la tragedia greca si occupa di questo caos, di questa violenza, di questa sofferenza primordiale, quindi ho provato ad offrire una forma di mediazione che ripercorre le tappe della tragedia: la teoria, la crisi e catarsi”.

La teoria consiste nello sviluppo di una storia: le diverse parti del conflitto devono prima di tutto raccontare la propria versione dei fatti, che è una storia certamente diversa da quella degli altri interlocutori, ricostruita a partire dal proprio punto di vista e dalla propria sensibilità. E dalle proprie ragioni. Compito del mediatore, nella fase della crisis, è quello di agevolare un processo di comunicazione fra le parti, dando la parola alle emozioni dei configgenti. “La trappola delle emozioni è che esse non finiscono mai, per questo è necessario cambiare di livello e passare dalle emozioni ai valori che elevano l’uomo”, spiega Morineau. Valore fondamentale è quello della giustizia. Il mediatore pone alle parti una serie di domande su questi valori, attraverso l’arte della maieutica, per giungere sempre più nel profondo della loro anima: che vuol dire per te la verità? Che cosa è per te la giustizia? “Il miracolo dei valori è che sono universali e possono essere condivisi dai configgenti”, continua Jacqueline Morineau, “il passaggio al livello dei valori è essenziale per liberare e restituire la parola della verità. E questo è un momento ‘magico’, perché quando si dà parola ai valori, si arriva ad una pacificazione e il perdono diviene possibile. Nei confliggenti c’è un grande bisogno di autenticità, di giustizia, di verità… Nell’offrire ad entrambi la stessa opportunità di nominare questi valori, si costruisce un primo ponte verso il riconoscimento dell’altro come essere umano al pari di noi. E la guerra può finire”. Che la mediazione penale umanistica sia efficace è la stessa Morineau a poterlo testimoniare con la sua personale esperienza: “Attraverso la mediazione sono riuscita a comprendere la disperazione nell’uomo che ha ucciso mio figlio di 3 anni e questo ha riparato la mia anima”.

La mediazione penale in Italia

La mediazione in Italia è stata spesso utilizzata nel processo penale minorile, pur in assenza di una previsione legislativa esplicita, in combinazione con l’istituto della sospensione del processo con messa alla prova (art. 168bis c.p.), introdotto da una recente riforma del 2014. Grazie a questa norma l’imputato, per reati puniti con la sola pena pecuniaria o con la pena detentiva non superiore a quattro anni, può chiedere al giudice la sospensione del procedimento, dando la sua disponibilità a compiere prestazione volte all’eliminazione delle conseguenze del reato o al risarcimento del danno. Se il giudice accoglie la domanda, il soggetto viene affidato ai servizi sociali in prova per lo svolgimento di un programma che può implicare, tra l’altro, attività di volontariato di rilievo sociale e, se non commette più reati, il reato si estingue. L’istituto della sospensione del processo e messa alla prova è l’unico istituto ad oggi presente nell’ordinamento italiano che consente l’applicazione della mediazione penale e delle altre strategie di giustizia riparativa che contraddistinguono, invece, la maggior parte dei Paesi dell’Unione europea.

Questa modalità potrebbe essere estesa anche al processo degli adulti, soprattutto per i reati meno gravi con conflitti microindividuali (furto, aggressione ecc.). Secondo alcuni teorici la mediazione è possibile anche per i reati più gravi, ma c’è da dubitarne, dato che la mediazione difetta della funzione di prevenzione. Ci si può comunque auspicare che si rafforzi la tendenza a far maggiore ricorso al modello della giustizia riparativa, per aiutare l’autore del reato nel percorso rieducativo e per dare risposte più sensate di quelle delle pene afflittive che ancora oggi conosciamo.

 Eliseo Davì

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