Le punizioni corporali delle scuole coraniche, le lezioni di non integrazione e lo sbarramento invalicabile dei diritti inviolabili

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Il 20 febbraio, in tutto il mondo, si è celebrata la giornata mondiale della Giustizia Sociale, istituita dall’Organizzazione delle Nazioni Unite al fine di attirare l’attenzione della comunità internazionale circa la riduzione delle disuguaglianze e la promozione delle condizioni di benessere sociale per tutti. In tale prospettiva, l’Italia, con il tramite dell’Istituto Luce Cinecittà, ha voluto dare il suo contributo, proiettando nelle sale nazionali il film documentario Barbiana’65 – La lezione di Don Milani di Alessandro G.A. D’Alessandro.
Sostenere i principi della Giustizia Sociale significa, infatti, promuovere il patrimonio di idee e di insegnamenti che Don Milani ha lasciato in eredità non solo ai suoi studenti ma ad un’intera nazione. Esso è un raro esempio, ancora vivo, di abbattimento delle barriere di censo, classe, religione, etnia e della ricerca di un benessere diffuso attraverso l’impegno e la partecipazione di tutti. “I care” il motto affisso sul muro della sua aula. Un motto alla partecipazione e al coinvolgimento in tutte le cose umane.

Ebbene, per quanto nel corso degli ultimi anni la scuola italiana abbia subito un calo del suo prestigio sociale anche a causa delle continue riforme scolastiche, dei bassi stipendi e della sua precarietà, non si può certamente dire che essa non abbia attuato quei modelli culturali e sociali volti a promuovere l’equità, l’inclusione e l’educazione interculturale in Europa. Così come voluto da Don Milani. Una scuola, dunque, aperta alle “diversità” e che, in una crescente società multietnica, costituisce non soltanto una forma di progresso sociale ma anche uno strumento utile volto all’integrazione dei minori stranieri. Le “Linee guida per l’accoglienza e l’integrazione degli alunni stranieri”, pubblicate dal MIUR nel febbraio 2014, sono, di fatto, chiare: in Italia, l’istruzione è un diritto universale! E le scuole accettano l’iscrizione degli alunni stranieri anche se privi di documenti di identità, perché la loro irregolarità non può impedire il godimento di tale diritto.

Ora, di fronte ad un sistema così inclusivo ci si aspetterebbe che tutti, compresi gli stranieri, vi aderissero con un certo fervore. Eppure non sempre è così. In alcuni casi, infatti, ci si è trovati di fronte alle difficoltà, se non addirittura al rifiuto, da parte degli stranieri di adeguarsi a modelli culturali e a regole di condotta che, seppur totalmente diversi da quelli attutati nei loro paesi di origine, costituiscono un valido aiuto che lo Stato offre loro per potersi inserire in un tessuto sociale variegato. Un tipico esempio è quanto avvenuto a Maniago (PN) il 17 febbraio, dove una cittadina originaria del Bangladesh di 33 anni veniva tratta in arresto perché, nella scuola che aveva abusivamente creato a casa sua, insegnava senza averne alcun titolo, i fondamenti del Corano e della lingua araba esercitando sui propri alunni, tutti di nazionalità bengalese e di età compresa tra i 3 e i 10 anni, ripetute punizioni corporali.

Orbene, di fatti come quelli avvenuti a Maniago l’Europa è piena, e ancora ne accadranno fin quando, partendo dalle motivazioni che stanno alla base di tali comportamenti, non vengano adottate soluzioni concrete. Ciò su cui oggi, infatti, siamo chiamati a riflettere non è tanto il corretto uso di questi drastici metodi all’interno di queste scuole o semplicemente il consenso manifestato dalle famiglie di sottoporre i propri figli a torture di questo tipo. Le scuole coraniche, per quanto possa sembrare un paradosso, utilizzano e giustificano da secoli l’uso delle punizioni corporali all’interno del loro sistema scolastico. Un metodo lontanissimo dalla nostra cultura e dalle nostre leggi e che, laddove fosse messo in pratica, costituirebbe un reato penale.  A nulla rileva, l’affermazione, così come ha fatto la pseudo insegnante di Maniago, << Da noi si fa così!>>.

La giurisprudenza di legittimità è, difatti, unanime nel ritenere che: “[…] la garanzia dei diritti inviolabili dell’essere umano, la pari dignità sociale e l’eguaglianza senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religioni, di condizioni personali e sociali, la tutela dell’integrità psico-fisica e il pieno sviluppo della persona umana costituiscono uno sbarramento invalicabile contro l’introduzione, di diritto e di fatto, nella società civile, di consuetudini, prassi, costumi che, seppure ritenute culturalmente accettabili e quindi lecite secondo le leggi vigenti nel paese di provenienza, risultano oggettivamente incompatibili con le regole proprie della compagine sociale in cui lo straniero ha scelto di vivere.” (Cass., sez. III, 13 aprile 2015, n. 14960)

Ciò che oggi siamo chiamati ad appurare è, infatti, la possibilità di discernimento, da parte delle comunità islamiche, tra la formazione religiosa e linguistica araba (ritenuta legittima) e l’utilizzo delle punizioni corporali all’interno di tale formazione (ritenute illegittime) ed infine, l’accettazione di un modello scolastico europeo valido per tutti. Per far ciò dovremmo innanzitutto partire da alcune premesse di tipo sociologico: la priorità dei musulmani, non solo di quelli che vivono in Italia, è quella di assicurarsi che i figli riproducano la medesima cultura, religione e valori dei genitori. Diventino cioè, in assenza di istituzioni che lo garantiscano, dei bravi musulmani. Fin qui nulla di male se non fosse per la convinzione che, questo processo di conservazione della propria cultura, viene considerato difficoltoso se non addirittura impossibile, dalla presenza, all’interno delle scuole, di più culture messe a confronto. Uno dei rischi che viene preso in considerazione dalle famiglie musulmane è, infatti, quello dell’omologazione dei propri figli alla cultura ed alla tendenza dominante che, sovente, conduce allo smarrimento dei riferimenti identitari e all’acquisizione di stili di vita ritenuti incompatibili con la religione di Maometto. L’apertura della scuola alla diversità, allo scambio di tradizioni e culture, da principale strumento di integrazione rischia così di divenire, per i musulmani, senz’altro per i più radicalizzati, luogo di perdizione dei propri precetti religiosi. Ora, di fronte a convincimenti di questo tipo che più di una volta si sono tradotti in comportamenti contra legem l’unica strada percorribile sembra quella della ricerca di un modello che possa far combaciare le esigenze di chi richiede un determinato servizio con quelle di legalità. Una soluzione che sicuramente non può passare dalla “legalizzazione” delle scuole coraniche all’interno degli Stati europei in assenza di qualunque controllo da parte delle autorità statali e che, laddove messa in pratica, porterebbe esiti discutibili come avvenuto a Birmingham, nel cuore dell’Inghilterra, dove si sono scoperti abusi indicibili o, per non andare lontano, nella scuola coranica milanese di via Quaranta che fu chiusa perché, oltre a non avere i requisiti di agibilità, rappresentava un ghetto nel quale i minori rimanevano dispensi dai programmi nazionali delle scuole. Di fronte a tali accadimenti la strada più percorribile sembra quella del compromesso. Lo Stato italiano, potrà e dovrà garantire alle comunità islamiche, legalmente residenti in Italia, la possibilità di erogare un servizio volto alla formazione e conservazione della cultura araba e dei precetti religiosi purché esse, in primis, adempiano l’obbligo giuridico di verificare preventivamente la compatibilità dei propri comportamenti con i principi che regolano l’ordinamento giuridico dello Stato ospitante e, successivamente, accettino un controllo da parte dell’autorità statale circa la competenza dell’insegnante e la liceità dei contenuti impartiti, aspetto quest’ultimo di primaria importanza, stante il recentissimo episodio avvenuto a Foggia dove un egiziano 59enne, legalmente residente in Italia, è stato arrestato per terrorismo internazionale per aver indottrinato una decina di bambini, durante le lezioni di religione che teneva due volte a settimana in un’associazione culturale islamica, al martirio ed alla guerra santa.

Tutto questo perché è giunto il momento di dire che quando si toccano temi come l’educazione dei minori e i requisiti degli insegnanti il meno possibile deve essere lasciato all’improvvisazione. È evidente che è nell’interesse dello Stato e della società civile che il problema dell’educazione islamica trovi una soluzione consona. Una soluzione che nasca da un concerto tra tutte le istituzioni coinvolte ed eviti, allo stesso tempo, atteggiamenti e convincimenti che rappresentino il perfetto contrario dell’integrazione. Quell’ “I don’t care” che Don Milani con fatica è riuscito ad estirpare.

Marianna Aida Alessio

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