Vietato introdurre cibo (e mamme) al museo: piccoli esercizi di formalismo interpretativo

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Come reagiremmo se fossimo scambiati per un genere alimentare o per una bevanda?

Assurdo, penseremmo! Eppure è successo e non si tratta di una storia di cannibalismo, ma di un episodio grottesco avvenuto nella nostra evoluta Penisola, a Bologna, dove una mamma è stata allontanata dalle sale di un prestigioso edificio storico perché stava allattando il proprio pargoletto affamato. Le è stato fatto notare che non poteva sfamare il bimbo perché la sua condotta contrastava con il “divieto di introdurre cibi e bevande nei locali della mostra”.

D’accordo, sappiamo tutti quanto è delicato e complesso interpretare le regole.

Anche quando un comando o un divieto ci sembrano apparentemente chiari e obiettivi, covano in sé delle zone di penombra che rendono oscuro il significato in relazione a determinati fatti.

Pensiamo ad alcuni casi di scuola, tra cui ad esempio, la prescrizione “è vietato l’ingresso dei veicoli nel parco!”: vale anche per le biciclette, i pattini a rotelle, le automobili giocattolo?

O ancora “è vietato l’ingresso agli animali nel ristorante!”: vale anche per il “cane-guida” che accompagna il non vedente cui è stato affidato?

Tutto ciò perché, come ha brillantemente affermato Hart, celebre filosofo del diritto: “le situazioni di fatto non ci attendono ordinatamente etichettate, ripiegate e impacchettate … qualcuno deve assumersi la responsabilità di decidere se le parole includono, o non includono, un caso”.

Allo stesso modo però appare veramente arduo immaginare di vedere al posto di una mamma che allatta un biberon dalla fattezze umane che si auto-introduce in zone che gli sono precluse all’accesso.

Non solo, ma, ironia della sorte, proprio ai danni di una persona che di lì a poco avrebbe dovuto tenere, in quei luoghi, un intervento sulle discriminazioni di genere, legittimamente colpita anche (e soprattutto) sotto questo profilo.

Si è parlato a proposito di una forma di “paradosso del burocratismo ottuso” (tratto da “La Repubblica, Bologna”) e vorrei ben vedere!

Interpretare e applicare le regole non è solo una questione di superficiale deduzione logica.

Insomma, se – poniamo il caso – mia nonna ha in comune con una forchetta il fatto di avere tre denti, non significa che mia nonna sia una posata (o l’inverso)!

O forse dovremmo iniziare a procuraci dei certificati che attestino il nostro status di esseri umani per sentirci al sicuro da certe, non tanto innocue, pretese, figlie di un rigido formalismo?

Dario Pagano

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