Una volta arrivati ad Auschwitz si perde la “memoria”

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giornata della memoria

Le fotografie sono la storia delle nostre radici con esse si ha l’illusione non solo di aver arrestato la fuga del tempo, ma di aver potuto effettuare un viaggio a ritroso nella memoria. Perché, in un certo senso, la foto cristallizza il ricordo, restituisce esattamente quello che ha visto, anche quando sono passati anni trascinandosi con sé luoghi e persone. Uno “scatto felice” potremmo definirlo, dove quel luogo incantevole, quella vanità, quel momento di felicità lo si vuole immortalare per sempre e di cui oggi, con l’avvento dei nuovi strumenti digitali, ne siamo sempre più attratti.

Ma lo foto è in grado di restituirci anche altro: ricostruire fatti, aneddoti, versioni che non portano con se momenti felici ma eventi tragici che hanno segnato la storia di un’epoca. E la storia come si sa, la scrivono gli uomini con le loro testimonianze. Ed è proprio in questo contesto che la foto assume un significato importante. Quello di documento. In giornate come quelle dedicate “alla memoria” le immagini diventano così la più importante forma di testimonianza che ci consentono di poter dare un volto, un luogo, un colore a ciò che ci viene raccontato. Esse assolvono ad un importante funzione che è quella della conoscenza. Perché se, come diceva Primo Levi, comprendere è impossibile conoscere è necessario.

Due diversi modi di catturare un’immagine che si distinguono a seconda del sentimento emotivo che portano con sé e che necessariamente devono rimanere separati perché diverso è il “racconto” che con esse il fotografo vuole fornirci.

Ma cosa succede se un luogo, un evento tragico destinato alla sola comprensione e conoscenza venga completamente svuotato del suo sentimento originario e venga usato come “scatto felice”?

Succede che la memoria smette di esistere e da spazio alla sola presenza fisica. Esserci sì, ma solo con il nostro imballo esteriore dove lo sguardo non sembra penetrare nessuna realtà e non sembra trattenere nulla.

È quanto avviene oggi nei campi di sterminio nazisti e di cui il regista ucraino Sergei Loznitsa ci ha voluto documentare nel film Austerlitz (2016) .

Una serie di piani sequenza in campo fisso girati a Sachsenhausen, un campo di concentramento a trentacinque chilometri da Berlino dove furono ammazzati trentamila ebrei durante la Seconda Guerra mondiale.

Quello di Loznitsa è cinema osservativo: nessun colore alle immagini, tutte in bianco e nero, nessuna voce narrante, nessun suono a parte il rumore insistente di passi brevi e frettolosi sul selciato, il cinguettio degli uccelli e le spiegazioni delle guide nelle varie lingue. Solo una marea di attori inconsapevoli di recitare il peggiore ruolo della storia: l’assenza.

Le immagini che si seguono una dietro l’altra sono raccapriccianti. Al loro scorrere, gli occhi dello spettatore si sbarrano sempre più come a mostrare quel senso di incredulità e collera verso quegli attori inconsapevoli ma anche verso se stessi. Perché è come se anche tu, spettatore, facessi parte di quel genere umano, come se lo rappresentassi e l’unica cosa che provi  intimamente a chiederti è se, una volta giunto in quel posto, ti saresti comportato allo stesso modo.

È una giornata d’estate, lo si comprende dall’abbigliamento dei turisti: sandali da mare, pantaloncini sopra il ginocchio e qualche maglietta con il simbolo di Jurrasic Park o con la scritta “Cool Story Bro”,  i primi segni di inadeguatezza per un luogo che vuole raccontarci di altro.

I turisti si addentrano nei vialetti dell’orrore con noncuranza, voltano distrattamente il capo a destra e sinistra come se fossero all’orto botanico. Davanti a forni crematori qualcuno si scatta un selfie. Vicino alle camere a gas un gruppo di ragazzi, mentre ascolta le spiegazioni delle guide, si assesta sull’erba per un picnic improvvisato. I pali della fucilazione diventano uno scenario suggestivo per fotografie in posa, con le braccia in alto allacciate al fusto di legno per mimare l’esecuzione.

Ma l’attrattiva più forte sembra il cancello con la scritta Arbeit macht frei, il lavoro rende liberi: qui si forma addirittura la fila dei turisti che cercano l’inquadratura migliore, gli autoscatti con la testa graziosamente inclinata, gustosi ritratti di famiglia all’interno del lager. <<Quella frase è una bugia, una menzogna. Milioni di persone sono morte per quella frase!>>, afferma lo stesso regista, in un’intervista rilasciata al mensile Cineforum, come a voler sottolineare la mancanza di un senso logico in quel gesto.

La verità è che quello che la pellicola ci mostra è tutto privo di senso, lo sguardo di ogni passante è impotente di comprendere ciò che lo circonda ed è rivolto solo ad un “obiettivo”: quello della propria  fotocamera non riuscendo neppure ad accorgersi di tutta l’attrezzatura della troupe cinematografica che lo sta riprendendo.

Austerlitz non è solo un film il cui scopo è quello di farci indignare ma è lo specchio dove ognuno di noi si riflette prima di uscire da casa. Che ci facevo io là? Avevo il diritto di stare in quel campo come visitatore? È questo il modo per commemorare e piangere migliaia di vittime innocenti? Ed io come mi sarei comportato una volta giunto in quel luogo?

Domande che sono rimaste a lungo nella testa di Sergei Loznitsa e che ha provato a formularci con una sequenza di immagini nel tentativo di trovare una risposta. Non da se stesso ma da noi.

Tocca a noi decifrare e, eventualmente, giudicare. Perché in fondo siamo un po’ tutti visitatori di Auschwitz, di Sachsenhausen, di Bergen-Belsen… Siamo “turisti” dentro la storia, e non conoscitori,  tutte le volte in cui, in giornate come queste, pensiamo che l’unico posto a disposizione per onorare la memoria è la nostra pagina Facebook, condividendo foto che ritraggono il volto di Anna Frank o di un bambino mal nutrito dietro un filo spinato ma poi, esattamente, non sappiamo collocare date, interpretare fatti, comprendere luoghi e rispettarne i silenzi. Siamo solo vittime del nostro esibizionismo, del nostro metterci in mostra a qualunque costo solo per ricevere consensi che ci fanno sentire appagati. Basta andare in quel posto, condividere un immagine per poter dire: “io ci sono, non dimentico!”.

Ma non è così, non è una questione culturale, non si tratta di ricordare la scadenza di una data, né di fare un esame di coscienza, ma di qualche cosa che va al di là delle nostre apparenze, che dà molto valore alla vita, non quella virtuale. Per “esserci” bisogna non perdere la “memoria”.

La memoria è determinante. È determinante perché essa dovrebbe arricchire la vita, dar diritto, far fare dei confronti, dar la possibilità di pensare ad errori o cose giuste fatte. Perché con la memoria si possono fare dei bilanci, delle considerazioni, delle scelte. Come quella di essere nel posto giusto.

Marianna Alessio

 

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