Workaholism: quando l’avvocato diventa dipendente dal lavoro

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Workaholism è un termine molto usato per descrivere una problematica che può colpire varie categorie tra i quali manager, imprenditori e, soprattutto, liberi professionisti.

L’attività processuale, la redazione degli atti, lo studio dei casi, le lunghe attese in Tribunale e la gestione di clienti e collaboratori rendono anche la professione dell’avvocato soggetta al workaholism. Quindi anche gli avvocati possono soffrire di dipendenza da lavoro. Gli orari flessibili che contraddistinguono questa professione sono un’arma a doppio taglio: è possibile gestire liberamente il tempo a disposizione, ma questo può significare, in alcuni casi, lavorare anche nei weekend e in orari inconsueti.

Ma cosa s’intende realmente con workaholism? Cosa può comportare? Quali sono i modi per non entrare in questa spirale di continuo lavoro che spesso è un limite per la vita privata? Che siate avvocati, imprenditori, liberi professionisti o lavoratori dipendenti ecco qualche informazione in più su uno dei disturbi più diffusi della nostra epoca.

Cosa s’intende con workaholism?

Il worhaholism è un disagio patologico. Il soggetto ha un bisogno incontrollabile di lavorare. Il tempo che dedica alla professione è di gran lunga superiore rispetto al normale: più di 12 ore giornaliere vengono dedicate alla sua attività, senza riposare né nei weekend, né nei periodi di vacanza. Spesso lavora anche la notte e per fare questo abusa di sostanze stimolanti come per esempio la caffeina.

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Questo suo modo di lavorare sregolato incide significativamente sul suo umore, sullo stato di salute e, soprattutto, sulla produttività. Dedicare troppe ore al lavoro non è sinonimo di un migliore rendimento. Alcune professioni intellettuali come quella dell’avvocato prevedono un consistente lavoro mentale per cui anche un adeguato riposo.

La dipendenza da lavoro rientra tra i disagi del nostro tempo come lo shopping addiction o l’uso sconsiderato di internet e social network. In questo caso però il soggetto è soddisfatto quando spende la maggior parte del suo tempo in attività dedicate al suo lavoro a discapito della sua vita privata. Il workaholic pensa al lavoro anche quando sta facendo altre attività, in sintesi, è ossessionato dalla sua professione.

Mentre in Italia questa patologia inizia ad essere presa in considerazione a livello più ampio negli ultimi anni, in Giappone è molto conosciuta e sentita ed è causa di numerosi decessi. Non solo suicidi per troppo lavoro, ma veri e propri crolli fisici che portano alla morte del soggetto. Con il termina Karoshi i giapponesi indicano, infatti, il decesso da eccessivo lavoro. In che senso? Lo stress dovuto alle troppe ore dedicate all’attività lavorativa e alle responsabilità che questa comporta può portare all’infarto cardiaco.

I casi più conosciuti di morte per troppo lavoro

Uno dei casi in cui si è discusso maggiormente è quello della giornalista giapponese Miwa Sado, morta nel 2013 a soli 31 anni. Volto noto della tv pubblica nipponica, Miwa è morta per sovraccarico di lavoro, ma solo di recente è stata resa nota questa triste verità. Miwa ha avuto un infarto causato dallo stress: nell’arco di quel mese aveva fatto 160 ore di straordinari.

In Giappone 1 dipendente su 5 rischia di morire per workaholism.

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Ma anche in Occidente i casi non mancano, soprattutto, tra i giovanissimi che devono farsi valere in ambienti molto competitivi. Moritz Erhardt era uno stagista tedesco della Bank of America. Aveva 21 anni e aveva lavorato per 72 due ore di file senza dormire e riposare. È stato trovato morto nella doccia del dormitorio di un campus londinese in cui viveva. Le 2.700 sterline che riceveva ogni mese per il suo stage non sono bastate per tutto lo stress che aveva accumulato nei mesi per quei ritmi massacranti. Mancavano solo pochi giorni per le meritate vacanze estive, ma lui a quella data non è mai arrivato.

Perché gli avvocati possono soffrire di workaholism

Gli avvocati come tutti i liberi professionisti possono gestire il loro tempo incastrando gli impegni della vita lavorativa con quelli familiari. Allo stesso modo possono gestire il numero di clienti da seguire e dunque la mole di lavoro da amministrare. Maggior numero di clienti significa anche maggiori guadagni.

In linea generale un avvocato non lavora meno di 9 ore al giorno e se un cliente ha bisogno di un consulto o di un’emergenza rimane spesso ore in più in ufficio per risolverla. Oltretutto gli avvocati devono essere sempre preparati e aggiornati sulla materia di cui si occupano in quanto ne vale la loro reputazione come professionisti. Questo comporta anche numerose ore dedicate allo studio e all’approfondimento di alcuni temi.

Gli avvocati come buona parte dei liberi professionisti sono soggetti a degli orari più flessibili, ma questo non significa che non si possa trova una giusta organizzazione.

Workaholism versus Work-life balance

Un nuovo concetto che sta entrando nel mondo aziendale odierno è il work-like balance. Riuscire a bilanciare la vita privata con quella lavorativa è un valido strumento per evitare di cadere nel workaholism e vivere serenamente.

Nelle aziende si applicano sempre più spesso delle politiche che aiutino il dipendente a lavorare in maniera produttiva dedicandosi al giusto riposo, stimolando la sua crescita, la formazione e il suo progresso. Il capitale umano deve essere valorizzato per essere produttivo e non sottoposto a continui stress e pressioni che sono controproducenti per il benessere aziendale.

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Ma se sei un libero professionista come fai a metterti dei limiti? Innanzitutto è importante porre dei confini tra lavoro e vita privata, andare in ferie e approfittare dei weekend per staccare la spina. Questo è fondamentale per permettere al nostro cervello di pensare ad altro e non fossilizzarsi sempre sul lavoro. Non dormire per portare a termine un incarico influisce negativamente sul benessere fisico e psicologico di ognuno di noi. Ma anche collegarsi alla e-mail e al telefono aziendale negli orari e nei momenti di riposo o vacanze è controproducente per la vita privata. Possono esserci delle emergenze, ma non devono essere la quotidianità.

Saper gestire il lavoro in maniera organizzata, staccare la spina nei momenti di riposo e di pausa e non sovraccaricarsi di impegni sono dei primi passi per evitare di incorrere in uno dei disturbi del nostro secolo, il workaholism.

Viviamo in una società ipercompetitiva, in cui si aspira alla ricchezza e al potere senza pensare che forse stiamo mettendo a dura prova il nostro benessere fisico e psicologico. Prenderne atto e provare dei semplici metodi per bilanciare la vita privata e quella professionale è già un buon inizio.

Maria Rita Corda

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