Corte Costituzionale: si ai sindacati per i militari

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Con la sentenza della Corte Costituzionale n° 120 del 2018 cade, dopo quasi 40 anni, il divieto, previsto dal Codice dell’ordinamento militare, di creazione di associazioni sindacali.

 

La sentenza 120/2018 della Consulta segna un importante passo in avanti in ordine agli strumenti di tutela dei diritti a favore degli appartenenti alle Forze Armate, con un particolare intervento sul Codice dell’ordinamento militare.

 

La vicenda: la dubbia legittimità del “divieto di sindacati”

Il Comando generale della Guardia di finanza rigetta un’istanza con la quale si chiedeva l’autorizzazione a costituire un’associazione a carattere sindacale fra il personale dipendente del Ministero della difesa e/o del Ministero dell’economia e delle finanze o, in ogni caso, ad aderire ad altre associazioni sindacali già esistenti. La decisione viene impugnata, senza successo, innanzi al TAR Lazio da parte della “Associazione solidarietà diritto e progresso” nonchè di un graduato della stessa Guarda di Finanza.

A differenza del giudice di primo grado, il Consiglio di Stato riconosce la non manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale avente ad oggetto l’art. 1475  comma 2 D.lgs. n. 66 del 2010 (cd Codice dell’ordinamento militare), secondo cui «i militari non possono costituire associazioni professionali a carattere sindacale o aderire ad altre associazioni sindacali». Pertanto, viene ritenuto necessario l’intervento sul punto della Corte Costituzionale.

L’intervento della Consulta: l’effettività della libertà sindacale

La Corte Costituzionale accoglie le doglianze di incostituzionalità. La ragione predominante che spinge a tale decisione è rappresentata dalla presa d’atto dell’orientamento giurisprudenziale della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo consolidatosi proprio su tale questione da più di 10 anni.

L’orientamento citato trova la sua principale espressione nelle sentenze “Matelly contro Francia” e “ADefDroMil contro Francia”, secondo cui  l’art. 11 della CEDU configura la libertà di associazione sindacale come un aspetto peculiare della libertà di associazione, senza escludere alcuna categoria professionale dal proprio ambito di applicazione: questo significa che gli Stati membri non potranno mai mettere in discussione il diritto alla libertà di associazione o imporre restrizioni riguardanti gli elementi essenziali di tale libertà rispetto ai membri delle Forze armate, della polizia o dell’amministrazione dello Stato, ma soltanto introdurre «restrizioni legittime». Parimenti, l’art. 5, paragrafo unico, terzo periodo, della Carta Sociale Europea rimette alla legislazione nazionale di determinare il «principio dell’applicazione» delle garanzie sindacali ai militari e la «misura» di tale applicazione.

La norma “incriminata”, nel fissare in assoluto il divieto per i militari di costituire associazioni sindacali, si pone chiaramente in contrasto con le norme internazionali sopra richiamate, parte integrante di quelle “fonti internazionali” di cui all’art. 117 della Costituzione e quindi esse stesse parametro costituzionale seppur nella veste di “norme interposte”.

 

Si alla costituzione, no all’adesione

La sentenza 120/2018 opera tuttavia un distinguo: in essa infatti non viene considerato illegittimo il divieto di aderire ad associazioni sindacali già esistenti. Non solo mai la Corte EDU si è pronunciata su tale specifica problematica, ma tale divieto “…non appare incompatibile con il testo della disposizione di riferimento, non comportando il venir meno di un elemento essenziale della libertà di associazione”.  Tra l’altro la Consulta non dimentica di prendere in considerazione – come già fatto in passato -la sussistenza di peculiari esigenze di «coesione interna e neutralità», in grado di distinguere le Forze armate dalle altre strutture statali.

Tutto ciò permette quindi di considerare il divieto di adesione- e quindi l’ammissibilità di associazioni sindacali composte solo da militari e non aderenti ad associazioni diverse -una “restrizione legittima”, dato che “…le specificità dell’ordinamento militare giustificano la esclusione di forme associative ritenute non rispondenti alle conseguenti esigenze di compattezza ed unità degli organismi che tale ordinamento compongono”.

 

Un riconoscimento, in attesa del Legislatore

La scelta compiuta dalla Corte con tale sentenza assume notevole importanza perché pone la parola fine ad una diatriba che ormai si trascinava da anni – si pensi che il divieto di associazioni sindacali militari ha avuto primo riconoscimento normativo nel lontano 1978- e che essa stessa aveva in passato definito negativamente con la sentenza 449/1999, non ravvisando all’epoca il lamentato contrasto tra il divieto in parola ed i diversi parametri costituzionali di cui agli artt. 39 e 52 Costituz (libertà di associazione sindacale e democraticità dell’ordinamento militare). Il nuovo rilievo vincolante riconosciuto dalla stessa Corte alla CEDU nel 2007- “norma interposta”, fonte internazionale ex art. 117 Costituz.- ha permesso quindi per altra via di sancire l’incostituzionalità di tale divieto.

Per far sì che quanto riconosciuto dalla Consulta si traduca in realtà, sarà però necessario l’intervento del Legislatore. Allo stato manca infatti una completa regolamentazione del diritto di associazione sindacale militare, un vuoto normativo che, ove non superato, impedirebbe il riconoscimento “in concreto” di tale diritto, come riconosciuto dalla Corte stessa.

 

Antonio Cimminiello

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