Dipendenti pubblici, il pagamento delle ferie non utilizzate

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La Suprema Corte con la sentenza n. 15652 del 2018 si è occupata del diritto alle ferie. Un dipendente pubblico ha proposto ricorso per cassazione contro la sentenza della Corte d’appello di L’Aquila in quanto noi gli erano stati concessi 119 giorni di ferie residue.

Ferie non utilizzate, il caso

La Corte d’Appello di L’Aquila aveva sottolineato il fatto che le ferie sono un diritto irrinunciabile e non sono monetizzabili a meno che non ci sia la cessazione del rapporto di lavoro. Le ferie devono essere utilizzate anche in maniera frazionata durante l’anno solare. Nel caso in cui le esigenze dell’azienda e quelle del dipendente non abbiano consentito la fruizione delle ferie allora devono essere utilizzate entro il primo semestre dell’anno successivo. Nel caso in cui invece avvenga una cessazione del contratto di lavoro l’impresa deve procedere al pagamento delle ferie non utilizzate.  Nel caso analizzato il dipendente pubblico propone ricorso per cassazione in quanto denuncia la violazione falsa applicazione dell’articolo 36 della Costituzione, dell’articolo 2109 del codice civile e dell’articolo 19 CCNL comparto sanità 1.9.1995. Il primo motivo di ricorso pone l’accento sull’importanza del diritto alle ferie e, in caso di mancato utilizzo, dell’indennità sostitutiva.

Ferie non utilizzate, la pronuncia della Cassazione

La Suprema Corte accoglie il ricorso. Richiamando la sentenza numero 13860 del 2000 della Cassazione sottolinea che “l’impossibilità dell’obbligazione del datore (obbligazione costituita dal consentire il godimento delle ferie), anche ove egli ne fosse liberato, esigerebbe (ex art. 1463 cod. dv., nei limiti di questa obbligazione) la “restituzione” della prestazione (che il datore ha ricevuto, e che non era dovuta): l’impossibilità di questa “restituzione” (causata dall’irreversibilità della prestazione lavorativa) determina, nei confronti del datore, il sorgere dell’obbligazione al pagamento di una somma che (per gli artt. 1463 e 2037, secondo e terzo comma cod. civ., ivi richiamato) corrisponde, in ogni caso, alla retribuzione della prestazione: l’indennità sostitutiva delle ferie. La relativa obbligazione ha pertanto fondamento e natura contrattuale. E sorge per il solo fatto del mancato godimento delle ferie. Né è esclusa dalla mera non imputabilità del godimento al fatto del datore esclusa solo dalla “mora del creditore” (artt. 1207 primo comma è 1217 cod. civ.); ove il datore, nell’ambito del suo potere di “stabilire il tempo di godimento” (art. 2109 cod. civ.), offra il proprio adempimento (il godimento delle ferie) fissando adeguatamente questo tempo, che il lavoratore non “riceva”, la sopravvenuta impossibilità della prestazione (l’impossibilità del godimento delle ferie) resta a carico del lavoratore. In questa ipotesi, l’obbligazione datorile (consentire il godimento delle ferie), essendo divenuta impossibile per fatto non imputabile al debitore, si estingue (art. 1256 primo comma cod. civ.); ed il lavoro, ininterrottamente reso nell’arco temporale previsto per le ferie, non assume la natura di prestazione non dovuta: l’obbligazione alla restituzione (ex art. 1463 cod. civ.) non sorge: il diritto all’indennità sostitutiva delle ferie non sussiste. E poiché il godimento delle ferie costituisce un obbligo contrattuale del datore, è il datore che ha l’onere di provare (art. 2697 secondo comma cod. civ.) l’adempimento ovvero l’offerta di adempimento.”

In sintesi il datore di lavoro deve provare di avere offerto un periodo di ferie al dipendente e che quest’ultimo abbia scelto di non usufruirne. In caso contrario le ferie non godute devono essere pagate.

Maria Rita Corda

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