Incidente sulla pista di sci, non si applica il codice della strada

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 Se anche le più remote località sciistiche brulicano di turisti a causa degli innumerevoli pacchetti vacanze a misura di famiglia creati ad hoc dai tour operator, non esiste un “codice della strada” con apposite regole di precedenza, volte a stabilire, in anticipo, in caso di scontro tra sciatori, a chi spetti la responsabilità. Ma ciò non significa che, indossati gli scarponi, si sia liberi di discendere le montagne in piena libertà, in barba alle comuni regole di prudenza.

Il fatto

La nostra storia ha inizio circa venti anni fa, quando un esperto sciatore toscano, mentre sciava all’Abetone, venne investito da un’auto che circolava inopinatamente, sulla pista sciistica. Il giudice di primo grado, attribuì la responsabilità del sinistro per l’80% al conducente dell’autoveicolo e per il 20% al malcapitato sciatore , condannando il primo al risarcimento dei danni biologico, morale e patrimoniale nei confronti del secondo, nella misura di €23.985,17, rigettando, invece, ogni domanda proposta nei confronti della compagnia di assicurazioni, per non essere la pista una strada pubblica o soggetta alla circolazione degli autoveicoli.
Successivamente, la Corte di Appello di Firenze, in secondo grado, dichiarò addirittura la responsabilità esclusiva dell’incauto automobilista, affermando che il giudice di prime cure avesse errato nell’applicare l’art.2054 c.c., in quanto norma concernente la circolazione dei veicoli su strada pubblica, soggetta a uso pubblico o comunque adibita al traffico veicolare, mentre nel caso di specie si trattava di una pista da sci, sulla quale era vietato il transito dei veicoli, e pertanto ritenne applicabile solamente l’art. 2043 c.c., ovvero la normale responsabilità per fatto illecito.
In effetti, il ragionamento della corte territoriale, partì da un presupposto fondamentale, ossia che l’applicazione dell’art.2054 c.c. fosse correlata al fatto che si versasse in una ipotesi di circolazione del veicolo su strada pubblica, soggetta ad uso pubblico o comunque adibita al traffico veicolare, presupposto non integrato, appunto, da una pista di sci. E parimenti, gli stessi giudici ritennero che non fosse responsabile la compagnia di assicurazioni, poiché la responsabilità di questi, ai sensi di legge, ricorresse con riferimento ai sinistri cagionati da veicoli posti su strade di uso pubblico o ad esse equiparate, intendendosi per queste ultime, “quelle aree pubbliche o private, aperte alla circolazione di un numero indeterminato di persone”, mentre nel caso in esame il sinistro si verificò in un’area (pista da sci) certamente non aperta alla circolazione di un numero indeterminato di persone.

Lo slalom gigante in Cassazione

Il famigerato gioco delle parti, però, fa arrivare, oggi, dopo due decenni, il caso alla Corte di Cassazione, che spesso tutto cambia, ma talvolta sorprende. Il ricorrente, effettuando un’imprevedibile manovra, da “slalom gigante” e zigzagando tra alcune massime della Suprema Corte, cerca di tirare acqua al suo mulino, estrapolando artificiosamente soltanto la parte finale di una sentenza che apparentemente gli dà ragione. Ma immediatamente, arriva il severo fischio del magistrale arbitro vestito di toga, che rileva senza alcun affanno l’evidente penalità commessa. Invero gli Ermellini, pur accettando la parte della massima richiamata dal ricorrente, che ha come presupposto che i danni si siano verificati mediante circolazione su una strada, sebbene ci fosse divieto di transito, poiché tale divieto non è affatto ablativo della natura di strada, spostano la questione dell’ambito di applicazione dell’art.2054 c.c., attraverso il concetto di circolazione dei veicoli. Infatti, secondo i giudici di Piazza Cavour, la circolazione presuppone una strada o un’area, pubblica o destinata ad uso pubblico e ciò significa che, se un veicolo senza rotaie viene guidato in una zona priva di tale caratteristica, la circolazione in senso giuridico non sussiste, onde non sono applicabili né il sopra indicato articolo, né la normativa attinente all’assicurazione obbligatoria per la conseguente responsabilità. Non sono pertanto sufficienti, come già chiarito da un’altra precedente sentenza della Suprema Corte, “né il movimento di un veicolo senza rotaie né la sua presenza in un luogo anche pubblico o a uso pubblico, poiché, invece, per l’applicazione della suddetta normativa, occorre che il sinistro si sia realizzato sugli spazi addetti alla circolazione, nel senso che un numero indeterminato di persone possa accedervi, ma proprio per circolare” (Cass. S.U. sent. n. 8620/2015). La circolazione, quindi, non può essere intesa, su un piano erroneamente soggettivo, come frutto dell’intenzione e della scelta del soggetto che guida il veicolo, bensì, oggettivamente, come uso attribuito ad un’area pubblica o privata ma destinata appunto a tale uso pubblico. Da ciò, sempre secondo gli Ermellini, emerge chiaramente che l’introduzione di una autovettura in un’area destinata esclusivamente all’esercizio di uno sport come lo sci, che non si pratica mediante veicoli a motore, non conduce all’applicabilità dell’art. 2054 c.c. e della correlata assicurazione obbligatoria, nell’ipotesi in cui il veicolo venga a contatto con uno sciatore, con la conseguenza che la tutela delle persone danneggiate dalla circolazione è disciplinata dall’art. 2043 c.c.
Insomma, meglio lasciar sgombre le piste da veicoli di ogni genere, onde evitare di impattare alla prima curva, lo sciatore di turno che tra un passo alternato ed una scivolata spinta, potrebbe finire sotto le nostre ruote. Meglio sapere che in tal caso, anche la fedele compagnia di assicurazioni ci abbandonerebbe al nostro destino.

Mariano Fergola

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