L’Arte come prodotto finanziario

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Una nuova sentenza della Corte di Cassazione (sentenza n. 5911 del 12 marzo 2018) stabilisce che un’opera d’arte, venduta ad un prezzo inferiore a quello di listino e per la quale sia stato concesso all’acquirente il diritto di “ripensamento”, sia a tutti gli effetti un prodotto finanziario e come tale vada indicata nel contratto di compravendita.

Dall’eventuale restituzione del prodotto (cd “ripensamento”), deriva all’acquirente il diritto alla corresponsione di un importo pari al prezzo di listino originario. Tale manovra consente di ottenere un rendimento finanziario sulla somma inizialmente investita.

Sembra quindi di poter affermare che l’arte ceda un po’ della sua qualità estetica a vantaggio del valore economico che le viene riconosciuto o conferito nel corso del tempo.

Si dice, infatti, che dopo aver attraversato l’epoca della sua riproducibilità tecnica, l’arte stia adesso attraversando quella della sua riproducibilità finanziaria.

Ci sono, ovviamente, diversi modi attraverso cui un’opera acquisisce valore. Con uno sguardo più attento alle dinamiche attuali, possiamo constatare che il successo di un’opera passa per la sua capacità di attirare visibilità e consenso.

Pensiamo all’azione che gli uffici promozionali esercitano sui media e all’intensa progettazione esercitata attraverso i social network, attività che necessitano tutte, indubbiamente, di disponibilità economica. Sembra che “viralità” si già sinonimo di “valore economico”.

Citando Pierluigi Panza, “prima si viene scelti in base a valori non necessariamente artistici, poi si costruisce il consenso.”

Insomma, un mercato, quello attuale, che diventa sempre più di finanzieri e investitori, più che di esteti, critici o artisti.

In tal senso, quindi, la preziosità di un’opera dipende in larga misura dalla capacità di poter scommettere su di essa, così come si scommette su azioni societarie.

L’opera o, a questo punto, il “prodotto finanziario” diventa una scommessa di ricchezza e di risultato, su cui si è investito per esporla, acquistarla, darle visibilità.

Sono i meccanismi che sembrano far funzionare il mercato artistico in generale, da quello musicale a quello editoriale, passando per l’arte contemporanea e la moda. Probabilmente quello che Gilles Lipovetsky e Jean Serroy avevano definito come “Capitalismo estetico”. I fenomeni estetici, e quindi l’arte in tutte le sue forme, sono a tutti gli effetti inseriti nella produzione, nella commercializzazione e nella comunicazione.

I due sociologi ritengono, non a torto, che nel capitalismo estetico convivano aspetti tra loro inconciliabili: ricerca della bellezza e cattivo gusto, estetizzazione e degradazione, felicità e ansia.

Del resto, Hegel aveva già evidenziato come l’estetica del bello comportasse necessariamente lo svilupparsi in modo speculare di un’estetica del brutto.

Probabilmente mai come oggi le due cose convivono, con buona pace dei mercati dei consumi di massa.

Maria C. Cucuzza

 

 

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