Ambulante impertinente: per la Cassazione commette reato

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Commette reato di molestie l’ambulante che con atteggiamento impertinente vuole convincere i passanti ad acquistare i suoi prodotti. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con la sentenza n. 35718 del 2018.

Quante volte vi è capitato di essere bloccati da un venditore ambulante che vuole promuovere i suoi articoli? Sicuramente almeno una volta. Il modo in cui si comporta con il passante possono fare la differenza. Ecco la recente pronuncia della Suprema Corte su questo tema.

Ambulante molesto, la vicenda

Il Tribunale di Termini Imerese aveva condannato un ambulante per molestie per aver infastidito, insieme ad un suo collega di lavoro, una donna che stava prelevando al bancomat. L’imputato, condannato alla pena di 300 euro di ammenda, aveva avvicinato la donna con l’obiettivo di venderle dei profumi. Il soggetto aveva inseguito la persona offesa sino a quando non aveva raggiunto l’automobile in cui c’era il marito. Solo nel momento in cui la donna era entrata nel veicolo aveva terminato il suo inseguimento. Il comportamento dei due uomini, ma soprattutto dell’imputato, è stato definito dal giudice “pressante, indiscreto e impertinente.”

L’ambulante decide di proporre ricorso per cassazione.

Ambulante molesto, la pronuncia della Suprema Corte

I motivi di ricorso proposti del legale sono stati dichiarati inammissibili in quanto “indiscusso nella giurisprudenza di questa Corte che la deposizione della persona offesa dal reato può essere anche da sola assunta come fonte di prova, ove sia ritenuta oggettivamente e soggettivamente credibile, non richiedendo necessariamente neppure riscontri esterni, se non sussistano situazioni che inducano a dubitare della sua attendibilità, situazioni che, nel caso in disamina, non sono state ravvisate dal Tribunale e che il ricorso nemmeno astrattamente adombra.”

Inoltre, secondo la Corte la sentenza precedente ha ricostruito i fatti nel migliore dei modi descrivendo il comportamento insistente del ricorrente. La Corte sottolinea che “la petulanza costituisce una modalità della condotta prima ancora che un atteggiamento soggettivo, sicché è principio consolidato che, ove la condotta sia obiettivamente petulante (fastidiosamente insistente e invadente), è sufficiente ad integrare il reato la circostanza che l’agente sia consapevole di tale suo modo di fare, non rilevando la pulsione che lo muove.”

Per queste motivazioni il ricorso è stato dichiarato inammissibile e il ricorrente deve pagare le spese processuali.

Maria Rita Corda

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