Cassazione: “dovete andare via” è discriminazione razziale

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La Corte di Cassazione con la sentenza 32028 del 2018 si è pronunciata su un caso di lesioni confermando l’aggravante di discriminazione razziale così come previsto dalle sentenze precedenti. Secondo la Suprema Corte il comportamento del ricorrente era volto a suscitare sugli altri un sentimento di odio etnico. Vediamo insieme il fatto oggetto di analisi.

Discriminazione razziale, il caso

Un giovane lombardo era stato dichiarato responsabile di lesioni nei confronti di due extracomunitari per finalità di discriminazione razziale. La condanna era stata emessa dal tribunale di Busto Arsizio e confermata dalla corte territoriale di Milano. L’imputato propone ricorso per cassazione presentando quattro motivi. Il secondo motivo presentato dai legali del ricorrente è volto a sottolineare la non sussistenza dell’aggravante di discriminazione razziale in quanto “le espressioni contestate erano generiche e non richiamavano a una presunta superiorità razziale.”  L’espressione di cui si parla nella sentenza sono: “che venite a fare qua…  dovete andare via.”  Secondo la Suprema Corte questo motivo di ricorso e gli altri tre sono infondati.

Discriminazione razziale, la sentenza della Corte di Cassazione

La Corte di Cassazione nella sentenza analizzata pone l’accento sul fatto che “la circostanza aggravante della finalità di discriminazione o di odio etnico, nazionale, razziale o religioso, prevista dall’art 3 dl. 26 aprile 1993, n. 122, convertito con legge in legge 25 giugno 1993, n. 205, è configurabile in linea generale, secondo i principi affermati dalla giurisprudenza di legittimità, in espressioni che rivelino la volontà di discriminare la vittima in ragione della sua appartenenza etnica o religiosa (Sez. 5, n. 43488 del 13/07/2015, Maccioni, Rv. 264825). Tanto, come pure precisato dalla Suprema Corte, non ricorre solo allorché l’espressione riconduca alla manifestazione in un pregiudizio nel senso dell’inferiorità di una determinata razza; ma anche quando la condotta, per le sue intrinseche caratteristiche e per il contesto in cui si colloca, risulta intenzionalmente diretta a rendere percepibile all’esterno e a suscitare in altri analogo sentimento di odio etnico, e comunque a dar luogo, in futuro o nell’immediato, al concreto pericolo di comportamenti discriminatori.”

La Corte, valutate le frasi dette dal ricorrente, sostiene che rappresentano la volontà che le persone a cui erano rivolte e gli altri extracomunitari presenti nel luogo lasciassero l’Italia per la loro identità razziale. Inoltre la Corte di Cassazione sottolinea che “la circostanza unitamente al contenuto delle espressioni pronunciate nel corso dell’aggressione era coerentemente valutata come idonea ad attribuire alla condotta l’idoneità a manifestare pubblicamente e a diffondere, con un gesto fortemente significativo in tal senso, odio verso la presenza nel Paese di soggetti appartenenti ad altra etnia, e a porre in essere il pericolo di analoghi ed ulteriori comportamenti discriminatori.”

Maria Rita Corda

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