Coltiva una sola pianta di canapa in casa, non è reato

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Coltiva una sola pianta di canapa in casa, per la Cassazione non è reato

Quest’estate uno dei temi più ricorrenti è sicuramente stato quello relativo alla liberalizzazione della Cannabis, dopo la presentazione del disegno di legge da parte dell’onorevole Della Vedova, sottoscritto da duecento parlamentari e attualmente ancora in sospeso. La proposta ha attirato l’attenzione di tutto il mondo della politica, dei media e soprattutto dell’opinione pubblica, forse più di quanto ci si potesse aspettare. La Corte di Cassazione, invece, già da diverso tempo si occupa della delicata questione, cercando, dove possibile, di trovare l’interpretazione più ragionevole, dato che, in effetti, la coltivazione di sostanze stupefacenti è sempre considerata un reato in Italia. Ma quando è possibile, secondo la giurisprudenza più recente, coltivare canapa senza andare incontro a conseguenze penali?

Foto: Guy Corbishley/Demotix/Corbis Images.
Foto: Guy Corbishley/Demotix/Corbis Images.

In questi ultimi anni la Cassazione si è trovata con una certa frequenza a giudicare sulla rilevanza penale connessa a comportamenti di consumo o detenzione di cannabis, concludendo spesso per l’assoluzione quando si trattava di uso personale. Infatti, nonostante tale attività non sia ancora legale, ai fini della punibilità non è sufficiente l’accertamento della conformità al tipo botanico vietato, ma vi deve essere un reale pericolo di diffusione e aumento della sostanza stupefacente.

Il contenuto della sentenza n. 40030/2016

Questo è quanto ribadito dalla Corte di Cassazione, con sentenza n. 40030/2016 il 15/09/2016. Nel caso di specie, infatti, un ragazzo è stato assolto dal Gup del Tribunale di Siracusa (dopo l’accusa di coltivazione di sostanze stupefacenti illegali) perché aveva posto in balcone un vaso con una piantina di cannabis con un principio attivo di THC pari al 1,8%.

Il Tribunale ha ritenuto che la percentuale di principio attivo ricavabile dalla pianta (tale da garantire circa 12 dosi) è espressione di un uso esclusivamente personale della stessa, ed esclude una possibile diffusione e ampliamento della coltivazione della sostanza (non violandosi, di conseguenza, la normativa in questione).

Tali affermazioni vengono confermate anche nel giudizio di legittimità: invero, viene ritenuto infondato il ricorso per Cassazione proposto successivamente dal Procuratore della Repubblica del Tribunale di Siracusa.

Secondo la Suprema Corte, “resta escluso che rilevi ai fini dell’offensività della condotta e della correlata punibilità il solo dato quantitativo di principio attivo ricavabile dalle singole piante, dovendosi valutare anche l’estensione e il livello di strutturazione della coltivazione, al fine di verificare se da essa possa derivare o meno una produzione potenzialmente idonea ad incrementare il mercato”. 

Nonostante i casi di assoluzione da parte della Cassazione di soggetti che hanno detenuto e coltivato cannabis in casa per uso personale, la materia è in costante crescita e soggetta a diverse interpretazioni giudiziali, e dunque la coltivazione anche minima rimane pur sempre un rischio (e sempre un reato in diverse quantità e per diversi usi).

Cristina Ciulla

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