Custodia in carcere: nessun diritto alle retribuzioni per il dipendente pubblico sospeso

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custodia in carcere

Il dipendente pubblico assolto con sentenza penale che non abbia percepito le retribuzioni durante lo stato di custodia cautelare in carcere, ha diritto alla reintegrazione economica? Questo è stato il quesito a cui ha dato risposta la Corte di Cassazione sezione Lavoro, con la sentenza n. 20321 del 10 ottobre 2016.

Custodia cautelare e diritto alle retribuzioni non percepite, il caso

Il fatto riguarda un dipendente dell’Agenzia delle Entrate sottoposto a procedimento penale definito con sentenza  di assoluzione pronunciata dal giudice penale con la formula “perché il fatto non sussiste” che, in pendenza del giudizio, era stato sottoposto alla misura della custodia cautelare in carcere.

A causa della misura cautelare, il dipendente pubblico aveva subito una sospensione cautelare dal servizio automatica ed obbligatoria per l’impossibilità della prestazione dipesa dalla privazione della libertà personale, pur in assenza di un apposito provvedimento sospensivo disposto dall’ente pubblico titolare del rapporto lavorativo.

Si trattava, dunque, di una sospensione d’ufficio, automatica e obbligatoria in pendenza della custodia cautelare in carcere e non di un allontanamento disposto dal datore di lavoro giustificato dalla pendenza del procedimento penale, quale consentito dall’art. 97 del DPR 3/1957 (Testo Unico delle disposizioni concernenti lo statuto degli impiegati civili dello Stato).

Ai sensi dell’art. 97 del sopra indicato Testo Unico, “Quando la sospensione cautelare sia stata disposta in dipendenza del procedimento penale e questo si concluda con sentenza di proscioglimento o di assoluzione passata in giudicato perché il fatto non sussiste o perché l’impiegato non lo ha commesso, la sospensione è revocata e l’impiegato ha diritto a tutti gli assegni non percepiti, escluse le indennità per servizi e funzioni di carattere speciale o per prestazioni di lavoro straordinario, e salva deduzione dell’assegno alimentare eventualmente corrisposto”.

Nel caso di specie era stato negato dalla Corte d’Appello di Brescia il diritto del dipendente ad ottenere la ricostruzione della sua posizione economica con l’attribuzione degli assegni relativi alle retribuzioni non percepite durante tutto il periodo durante il quale è stato sottoposto alla custodia cautelare in carcere.

La Cassazione, sezione Lavoro, ha confermato tale orientamento ritenendo che sussiste una sostanziale differenza tra i casi in cui la sospensione dal servizio sia stata disposta dal datore di lavoro per esigenze connesse alla pendenza del giudizio penale e i casi in cui tale sospensione sia automatica per l’esistenza della custodia cautelare in carcere.

Nel primo caso, infatti, il dipendente pubblico imputato si trova in stato di libertà e dunque potrebbe teoricamente svolgere la sua attività lavorativa ma, per una scelta precisa dell’ente pubblico-datore di lavoro, consentita ai sensi del T.U. 3/59, si decide di sospenderlo dal servizio fino all’esito del procedimento penale. In questi casi, se il giudizio si conclude con sentenza di assoluzione con formula piena, il dipendente sospeso ha diritto alla reintegrazione nel posto di lavoro e a percepire  tutti gli assegni non percepiti durante la sospensione.

Nel caso invece in cui la sospensione sia stata determinata da impossibilità della prestazione per trovarsi il dipendente in stato di custodia in carcere, la Suprema Corte ritiene che non si possa applicare l’art. 97 DPR 3/59 e che non sussiste dunque il diritto alle retribuzioni non percepite, non dipendendo la sospensione dal servizio da una decisione del datore di lavoro. Tale esclusione deriverebbe dal principio generale per cui il lavoratore che non adempie la prestazione lavorativa non per colpa del datore di lavoro non può esigere che quest’ultimo si faccia carico dell’adempimento dell’obbligazione retributiva, venendo meno il vincolo sinallagmatico.

In questi casi, la sospensione dal servizio dipende dal provvedimento penalistico di custodia cautelare e non da una scelta consentita ma facoltativa del datore di lavoro, non potendosi dunque imporre a quest’ultimo l’adempimento dell’obbligazione retributiva per il periodo della sospensione.

Martina Scarabotta

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