Delitto tentato: quando gli atti sono idonei?

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Delitto tentato: quando gli atti sono idonei?

Quando gli atti sono “idonei” a configurare un delitto tentato? Scopriamo la più recente interpretazione offerta sull’argomento dai giudici di legittimità.

Delitto tentato: quando gli atti sono idonei?
Delitto tentato: quando gli atti sono idonei?

La Suprema Corte di Cassazione con la recente pronuncia n. 19701 del 12 maggio 2016 ha annullato con rinvio una sentenza del giudice di seconde cure, rifacendosi ad un orientamento costante e consolidato in tema di delitto tentato.

Difatti, la valutazione circa l’idoneità degli atti deve pur sempre essere espressa in riferimento “alla possibilità che alla condotta consegua lo scopo che l’agente si propone”, e non in relazione alla mera probabilità di realizzazione dell’intento delittuoso.

Diversamente opinando, l’inidoneità degli atti darebbe luogo ad un reato impossibile secondo quanto previsto dall’art. 49 c.p. .

Questo perché l’azione, valutata in un’ottica “ex ante” e secondo quanto originariamente voluto dall’agente, risulterà del tutto priva della capacità di attuare il proposito criminoso.

La fattispecie del delitto tentato

Idoneità degli atti nel delitto tentato
Idoneità degli atti nel delitto tentato

La controversia oggetto della pronuncia in rassegna riguardava la presunta consapevolezza della ricorrente della falsità di un biglietto della lotteria, al momento della sua consegna per la riscossione del premio di vincita, effettuata incollando sui suoi numeri, i numeri risultati poi vincenti.

Nel primo grado di giudizio, il Tribunale ha rilevato che, sulla base della esperienza trentennale di esercente nel settore, fosse possibile ritenere che la ricorrente non avrebbe presentato all’incasso il biglietto sopra indicato.

Infatti, se fosse stata consapevole della falsità dello stesso, non avrebbe potuto ignorare la sussistenza di una contraffazione di per sé inidonea a raggiungere lo scopo.

Tale affermazione è suffragata lotteria circostanza che i biglietti vengono identificati per il pagamento mediante meccanismi identificativi incomprensibili al consumatore.

La Corte d’Appello di Lecce ha ritenuto tali argomentazioni prive di riscontri, ricostruendo la vicenda sotto una diversa angolazione e ribaltando le tesi difensive proprio in virtù della esperienza dell’imputata.

I giudici di legittimità, tuttavia, hanno confutato i ragionamenti della sentenza impugnata, dalla quale non si evincerebbe alcun elemento sufficiente a valutare la sussistenza del requisito della idoneità degli atti, valido ai fini della configurabilità del delitto tentato.

Piuttosto, il Giudice di appello avrebbe dovuto “delineare le linee portanti del proprio, alternativo, ragionamento probatorio”, provvedendo a “confutare specificamente i più rilevanti argomenti della motivazione della prima sentenza, dando conto delle ragioni della relativa incompletezza o incoerenza”.

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