Diffamazione, vale anche tra vicini: “non sono persone ma animali”

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Diffamazione, vale anche tra vicini: “non sono persone ma animali”

Proprio a seguito di tale affermazione, urlata in un luogo pubblico da un condomino nei confronti dei sui vicini, i Giudici di Piazza Cavour hanno ritenuto sussistenti i requisiti del reato della diffamazione. c.p.. Palcoscenico indiscusso di tale vicenda è proprio un’aula di udienza.

Diffamazione, la frase contesta a Messina

immagine vicini animaliLa frase contestata, infatti, è stata pronunciata durante una udienza pubblica tenutasi dinanzi al Giudice di Pace di Messina adito, quest’ultimo, per porre fine a liti feroci tra vicini. Neanche il timore reverenziale di un’aula di tribunale, tuttavia, è bastato a placare gli animi concitati dei protagonisti della vicenda e qui scatta la asserzione contestata da parte di una donna verso una coppia di vicini. Inutile la tesi difensiva dei diffamanti i quali hanno ritenuto necessario il paragone utilizzato, al fine di far meglio comprendere al giudice interpellato i fatti per cui era maturata l’imputazione di cui al procedimento.

Diffamazione, le valutazioni della Cassazione

La Suprema Corte, sulla scorta delle delucidazioni in fatto effettuate dal difensore della parte offesa, non ha mostrato dubbi circa la sussistenza dei requisiti della diffamazione di cui all’articolo 595 c.p. La giurisprudenza dominante, infatti, ormai da tempo ha chiarito che i caratteri essenziali per la sussistenza del reato sopraindicato, sono: la reputazione (quale interesse tutelato); la condotta lesiva dell’identità personale (quale elemento oggettivo); il dolo generico (quale elemento soggettivo. Proprio la sussistenza contestuale dei caratteri sopraindicati, in rapporto al caso di specie, ha convinto i giudici di legittimità a ritenere che «…è l’onore nel suo riflesso in termini di valutazione sociale (alias reputazione) di ciascun cittadino e l’evento è costituito dalla comunicazione e dalla correlata percezione o percepibilità, da parte di almeno due consociati, di un segno (parola, disegno) lesivo, che sia diretto, non in astratto, ma concretamente ad incidere sulla reputazione di uno specifico cittadino, l’espressione oggetto di contestazione è obiettivamente pregiudizievole della reputazione della persona offesa, concretizzando un pregiudizio anche la divulgazione di qualità negative idonee ad intaccarne l’opinione tra il pubblico dei consociati».

E ancora, in contrasto con le tesi difensive, gli stessi giudici hanno ribadito che non può ritenersi ricorrente la scriminante di cui all’ articolo 599, comma 2, c.p. i quanto lo stato d’ira – a dire della corte – non pregiudica la punibilità della condotta.

Giacomo Donnarumma

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