Whistleblowing: dai paesi anglosassoni arriva un nuovo “denunciante”

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Whistleblowing. Parola difficile da pronunciare e forse anche da comprendere in Italia, dove la segnalazione di un illecito viene spesso percepita come una delazione e, spesso, si preferisce voltarsi dall’altra parte anche di fronte alle irregolarità più evidenti. Si tratta di un istituto già sperimentato con successo negli USA e consiste nel garantire protezione al lavoratore – il whistleblower, appunto –  segnala violazioni o irregolarità di cui viene a conoscenza in ragione del proprio rapporto di lavoro. Come spiegato dal presidente dell’ANAC Raffaele Cantone, intervistato da Gianluca di Feo nel libro «Il male italiano», nel nostro Paese il whisteblower che segnala ipotesi di reato può trovarsi in grave difficoltà. Una volta avviato il procedimento penale nei confronti dell’accusato, infatti, il lavoratore denunciante sarà chiamato a rendere la propria testimonianza nel processo manifestando a tutti la propria identità. E spesso, una volta venuto allo scoperto, l’accusatore va incontro ad un vero e proprio calvario fatto di minacce, emarginazione, mobbing e vessazioni di vario genere.

In Italia, purtroppo, la normativa per evitare  questi episodi sconta ancora parecchi limiti. E dopo lo slancio di entusiasmo dovuto all’approvazione dello scorso gennaio di un nuovo e innovativo testo alla Camera, con il passaggio al Senato il disegno di legge sembra essersi arenato e non è stato neanche inserito  nel calendario dei lavori.

Whistleblowing: la normativa vigente

Al fine di incentivare questo tipo di segnalazioni nell’interesse dell’integrità della pubblica amministrazione e salvaguardare al contempo i “whistleblowers” da probabili ritorsioni e/o discriminazioni in ambito lavorativo, è stata introdotta in Italia una disposizione sulla “tutela del dipendente pubblico che segnala illeciti”, all’art. 54-bis del D. Lgs. n. 165/2001 (in materia di “Norme generali sull’ordinamento del lavoro alle dipendenze delle amministrazioni pubbliche“).

La norma vieta la rivelazione dell’identità del denunciante senza il suo consenso, salvo che ciò non sia assolutamente necessario per la difesa dell’incolpato; pertanto, la violazione di tale obbligo di riservatezza comporta una responsabilità disciplinare che viene, eventualmente affermata dal Dipartimento della funzione pubblica, al quale sono comunicate, da parte dell’interessato o delle associazioni sindacali maggiormente rappresentative, le presunte azioni discriminatorie a suo carico.

Non è previsto un elenco tassativo di reati o irregolarità che costituiscono oggetto di segnalazione. Deve, però trattarsi di azioni od omissioni – consumate o tentate – di natura penale o disciplinare che arrechino pregiudizio all’amministrazione di appartenenza. La denuncia deve essere dettagliata e, quindi, oltre ad indicare i soggetti che hanno posto in essere i fatti segnalati, deve, altresì, specificarne le circostanze di tempo e di luogo, eventuali soggetti o documenti che possano confermarli ed ogni altra informazione utile in tal senso.

Il "whistleblower"
Il “whistleblower”

Alcuni correttivi alla disciplina vigente: il settore privato…

Tale disciplina, però, potrebbe radicalmente mutare in esito all’approvazione, anche da parte del Senato, del disegno di legge n. 2208, già approvato dalla Camera lo scorso 21 gennaio, che vuole una modifica dell’art. 54-bis citato.

La normativa di riforma prevede un’estensione di tutela anche ai lavoratori del settore privato, disponendo per essi: che nel caso di applicazione di misure discriminatorie ad intervenire sia l’Ispettorato nazionale del lavoro e che, eventuali licenziamenti o misure ritorsive sono da considerarsi nulli, ponendo a carico del datore di lavoro l’onere di provare che la misura sia fondata su ragioni estranee alla segnalazione.

…il settore pubblico.

Con riguardo al settore pubblico, le modifiche di rilievo riguardano, invece: la sostituzione del “superiore gerarchico”, quale destinatario delle denunce, con il Responsabile della prevenzione della corruzione (figura introdotta dalla L. 190/2012, art. 1, comma 7); l’inserimento, nella procedura di verifica dell’adozione della misura ritorsiva, dell’ANAC (Autorità Nazionale anticorruzione) che è, altresì, competente ad applicare al responsabile, in caso di accertamento positivo, una sanzione amministrativa pecuniaria che va da 5.000 a 30.000 euro; ed infine, il divieto di rivelare l’identità del segnalatore, senza il suo consenso, pure per il caso in cui sia indispensabile per la difesa dell’incolpato.

Su questo punto, forse, sembra esserci un’eccesso di tutela che, non solo rivela una falla nella riforma, ma male si concilia con la parallela garanzia, da parte dello Stato, di una “buona amministrazione”. Eppure, la mancanza del consenso del “whistleblower” alla rivelazione della sua identità decide le sorti procedimento disciplinare a carico del denunciato, che non può proseguire, quasi a costituire una sorta di condizione di procebilità analoga alla querela.

Laura Piras

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