La “crisi di liquidità” dell’impresa: quando lo Stato è “responsabile”

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Ha suscitato scalpore qualche tempo fa la vicenda di Sergio Bramini, imprenditore costretto a lasciare la propria casa per via di debiti nonostante i crediti vantati nei confronti di enti pubblici. Una recente pronuncia su un caso analogo però ha riconosciuto una particolare efficacia, sul piano penale, alla crisi di liquidità “provocata” anche dallo Stato.

 

Spesso tenere in piedi un’attività commerciale ha portato a contravvenire ad alcuni adempimenti, in particolare il pagamento delle famigerate tasse. Ma da sempre giurisprudenza e dottrina si chiedono quali possano essere le conseguenze se le situazioni di insolvenza hanno una sorta di concausa nel mancato soddisfacimento di crediti vantati nei confronti di enti pubblici.

 

La sentenza della Corte d’Appello di Bari

In questo dibattito nuova linfa è stata data da una pronuncia della Corte d’Appello di Bari, nell’ambito di un giudizio a carico di un imprenditore, dichiarato fallito ed originariamente ritenuto responsabile del reato di omesso pagamento di IVA (art.10-TER D. Lgsl. 74/2000), per una somma pari a più di un milione e mezzo di Euro in relazione all’anno di imposta 2009. Infatti il giudice di primo grado- in applicazione di un orientamento pretorio consolidato che si incentra sulla rilevanza del fatto oggettivo dell’omissione-  non aveva avuto dubbio nel riconoscere la penale responsabilità dell’imputato, condannandolo alla pena di 1 anno e 6 mesi di reclusione.

Ma il giudizio merita attenzione alla luce dei suoi sviluppi. Non solo la Corte d’Appello pugliese ha ribaltato la decisione impugnata, disponendo l’assoluzione dell’imprenditore, ma vi è di più. Alla luce di un secondo grado di giudizio, in cui la difesa aveva evidenziato le proprie doglianze sottolineando proprio  il mancato pagamento di ben 40 Milioni di Euro da parte di diverse Amministrazioni pubbliche quale causa dell’omesso versamento contestato, si è avuta a conclusione di esso una pronuncia di assoluzione “perché il fatto costituisce reato”, il che significa aver riscontrato, nel caso di specie, l’assenza dell’elemento psicologico del reato, rappresentato dal dolo generico.

 

Un dibattito in continua evoluzione

Certo, la vicenda giudiziaria non può ancora considerarsi definitivamente conclusa, ma senza dubbio accende con forza i riflettori su una tematica che negli ultimi anni ha registrato diversità di vedute e mutamenti di pensiero in seno alla stessa giurisprudenza di legittimità: l’inquadramento e rilievo giuridico della crisi di liquidità di impresa.

Fino al 2014 la Suprema Corte ha negato la ricorrenza in tali ipotesi della forza maggiore o dello stato di necessità. La Terza Sezione Penale della Cassazione poi su un caso analogo (omesso versamento Iva per crisi di liquidità provocata da clienti insolventi) con la sentenza n. 18501/2015 sembrava aver imposto un particolare onere probatorio ai fini dell’irrilevanza penale. “Occorre- si legge in tale pronuncia – la prova che non sia stato altrimenti possibile per il contribuente reperire le risorse economiche e finanziarie necessarie a consentirgli il corretto e puntuale adempimento delle obbligazioni tributarie, pur avendo posto in essere tutte le possibili azioni, anche sfavorevoli per il suo patrimonio personale, dirette a consentirgli di recuperare, in presenza di un’improvvisa crisi di liquidità, quelle somme necessarie ad assolvere il debito erariale, senza esservi riuscito per cause indipendenti dalla sua volontà e ad egli non imputabili”.

Sarà interessante a questo punto vedere quali saranno le conseguenze della vicenda giudiziaria esaminata, dove, a fronte della crisi di liquidità, sembra essere stata in dubbio la stessa configurazione del reato tributario, e non solo la sua antigiuridicità o colpevolezza.

 

Antonio Cimminiello

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