Meglio in carcere che a casa con la moglie!

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Se la convivenza con la moglie diventa insopportabile, l’allontanamento dall’abitazione presso cui si sta scontando la pena può non costituire reato.

Con la sentenza n. 44595/2015, infatti, la Cassazione ha assolto dall’accusa di evasione un uomo di  Messina che, dopo un aspro litigio con la moglie, ha telefonato ai Carabinieri e li ha attesi davanti al portone di casa, chiedendo di essere accompagnato in carcere.

La Suprema Corte, nel ribaltare il verdetto della corte territoriale che aveva condannato l’imputato a quattro mesi di reclusione, ricorda che la condotta tipica del reato di evasione deve consistere nell’allontanamento dal domicilio coatto e, contemporaneamente, nella sottrazione ai controlli da parte della polizia giudiziaria. Tali elementi – specificano i giudici di legittimità – devono ricorrere entrambi.

Nel caso di specie la telefonata al 112 con cui l’imputato chiedeva di essere sottoposto «ad un regime cautelare addirittura più rigoroso» e la successiva attesa dei Carabinieri, invece, escludono la stessa attitudine a sottrarsi  al controllo dell’autorità.

Questo comportamento, pertanto, va considerato privo di «offensività concreta» (ex art. 49, co.2 cod.pen.) e non può dunque dar luogo a responsabilità penale (in termini, cfr. Cass. sez. IV, sent. 9 ottobre 2013, n. 43791) .

Articolo a cura dell’ Avv. Andrea Merlo

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