Niente arresto in flagranza se la Polizia non “vede” il reato, ma “insegue” il criminale

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Niente arresto in flagranza se la Polizia non “vede” il reato, ma “insegue” il criminale. Cassazione, Sezioni Unite, sentenza 21 settembre 2016, n. 39131.

Quando si studia la c.d. flagranza di reato in diritto penale e, in particolare, lo stato di quasi flagranza, l’esempio più ricorrente è quello del ladro che, sorpreso dalla polizia a rapinare una banca, si dia alla fuga e poi venga acciuffato. Ma come nei migliori film d’azione, anche nella vita reale spesso accade che gli organi di Polizia, chiamati ad intervenire sulla scena del delitto “immediatamente dopo” la commissione di un fatto, si diano all’inseguimento del reo sulla base di indicazioni rese dalla vittima o di testimoni diretti e, dopo rapide indagini, scovato il fuggitivo, lo arrestino.

La flagranza di reato è disciplinata dall’art. 382 c.p. e consiste nello stato di “chi viene colto nell’atto di commettere il reato ovvero chi, subito dopo il reato, è inseguito dalla polizia giudiziaria, dalla persona offesa o da altre persone ovvero è sorpreso con cose o tracce dalle quali appaia che egli abbia commesso il reato”. In flagranza di reato, gli ufficiali ed agenti di PG procedono ad arrestare il colpevole ai sensi dell’art. 380 c.p..

Eppure se è evidente che l’arresto sia legittimo ove il reo venga “colto sul fatto”, meno immediata è la legittimazione di quella seconda ipotesi di arresto che consegue ad un “inseguimento”; a maggior ragione, quando ad aver visto il colpevole agire siano persone diverse da quelle che, poi, di fatto, inseguono. Secondo un orientamento, finora prevalente, l’arresto in questi casi è assolutamente legittimo, perché “ciò che conta è che la PG si attivi immediatamente post delictum e inneschi una sequela ininterrotta di atti che, senza soluzione di continuità, culminino nell’arresto del reo”.

Tuttavia, non è d’accordo la Corte che, a Sezioni Unite, ha precisato che l’elemento discriminante è proprio l’inseguimento.

Infatti, precisando che esso individua proprio l’azione materiale del correre dietro a chi fugge, ha altresì escluso che in tale definizione possa farsi rientrare anche la ricerca che scaturisce da investigazioni incalzanti ed immediatamente successive al fatto, sviluppate sulla base di indicazioni date dalla vittima o da terzi testimoni.Se inseguire, quindi, significa andare dietro al fuggitivo, l’inseguitore non può che avere effettivamente “visto” il reo nell’atto di commettere il fatto criminoso.

E, quindi, a nulla rileva il mero dato cronologico costituito dalla brevità del tempo trascorso tra la commissione del reato, l’inseguimento e la cattura. È imprescindibile, infatti, ai fini della corretta applicazione dell’istituto dell’arresto in flagranza, una stretta connessione tra la percezione dell’azione delittuosa e l’inseguimento del reo da parte dello stesso soggetto (la polizia giudiziaria, ma anche il privato – persona offesa o altre persone) che abbia assistito ai fatti.

Laura Piras

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