Non pagare l’avvocato è reato: lo dice la Cassazione

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Cosa succede se il cliente non paga la parcella dell’avvocato? Quali sono gli strumenti a disposizione dell’avvocato per far fronte al mancato pagamento del cliente?

Il nostro ordinamento civile prevede vari strumenti, tra cui il decreto ingiuntivo o il procedimento sommario ma esistono anche delle conseguenze penali per l’omesso pagamento della parcella dell’avvocato?

In un primo momento, si riteneva che il mancato pagamento della fattura integrassi gli estremi del reato di appropriazione indebita ma, in un secondo momento, era prevalso l’orientamento dottrinale e giurisprudenziale, che aveva portato a molte archiviazioni in sede penale, per cui tale fattispecie fosse un mero inadempimento contrattuale rilevante solo sul piano civilistico senza alcuna conseguenza penale. Nessun reato dunque per il cliente che non pagava la parcella del difensore.

Le cose ora sembrano cambiare grazie ad una recente ed innovativa sentenza della Corte di Cassazione che va a giovare agli avvocati italiani, in questo periodo spesso in difficoltà a riscuotere dai clienti le somme dovute che ora, con la minaccia della denuncia penale, saranno maggiormente diffidenti a perseverare nell’inadempimento.

Non pagare l’avvocato è reato: la sentenza della Cassazione

La sentenza n. 20117 del 8 Maggio 2018 della Corte di Cassazione sezione seconda penale ha confermato la condanna per appropriazione indebita ex art. 646 del codice penale nei confronti di un cliente che non aveva pagato la parcella del proprio avvocato.

Nel caso di specie, l’imputato aveva indebitamente trattenuto tutte le somme ricevute dall’assicurazione, compresa la somma che era stata imputata, dalla compagnia assicuratrice, al credito per la prestazione professionale del legale che aveva assistito l’imputato. In particolare, nella somma ricevuta complessivamente dal cliente era ricompreso, per espressa dizione della compagnia assicuratrice che aveva inviato la somma a mezzo titolo di credito, l’importo di euro 500 che corrispondevano alle competenze professionali del difensore, con l’incarico di versarle allo stesso.

Il cliente si difendeva in sede penale invocando la rilevanza solo civilistica dell’inadempimento ma la Corte d’Appello prima e la Corte di Cassazione dopo non hanno accolto le difese, confermando la condanna in sede penale per appropriazione indebita, affermando il principio per cui “il soggetto che abbia ricevuto una somma in denaro, appartenente a terzi, con l’obbligo di trasferirla all’avente diritto, ove non provveda alla restituzione della somma risponde del delitto di appropriazione indebita, quand’anche possa vantare ragioni di credito nei confronti del terzo (circostanza che nella specie, peraltro, non ricorreva)”.

Così per la Corte, le posizioni dell’avvocato e del cliente sono speculari: si configura il reato di appropriazione indebita nella condotta dell’esercente la professione forense che trattenga somme riscosse a nome e per conto del cliente, anche se egli sia, a sua volta, creditore di quest’ultimo per spese e competenze relative ad incarichi professionali espletati, a meno che non si dimostri non solo l’esistenza del credito, ma anche la sua esigibilità ed il suo preciso ammontare. Parimenti commette il reato di appropriazione indebita il cliente che non versi al difensore le somme imputate dalla compagnia assicuratrice a titolo di spese legali.

Una pronuncia questa che va a giovamento degli avvocati che potranno ora procedere anche in sede penale per il recupero delle somme dovute a titolo di spese legali.

Martina Scarabotta

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