Assenza per malattia e attività lavorativa in favore di terzi: nessuna incompatibilità!

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E noi che pensavamo che, durante il periodo di malattia e di conseguente assenza da lavoro, fosse precluso lo svolgimento di attività lavorativa in favore di terzi soggetti.

E, invece, la Cassazione la pensa diversamente arrivando ad affermare che “uno stato ansioso depressivo può giustificare l’assenza per malattia della dipendente ed anche lo svolgimento di altra attività lavorativa presso terzi, purché non ne comprometta la guarigione“.

L’eventuale illegittimità del licenziamento comminato dall’azienda dovrà essere pronunciata a seguito di una precisa indagine sulle caratteristiche della nuova attività svolta, sulla natura della patologia della dipendente e, infine, sulla relativa compatibilità tra le stesse.

Lo ha stabilito la Corte di cassazione, con la sentenza 1° agosto 2016 n. 15989, in accoglimento del ricorso di una azienda di ristorazione.

Il caso

Il ricorso in Corte di Cassazione origina dalla impugnazione della sentenza resa dalla Corte di Appello di Roma con la quale, ribaltando il giudizio di primo grado, era stata dichiarata la illegittimità del licenziamento comminato dall’azienda di ristorazione nei confronti della propria dipendente.

Dipendente che si era assentata dalla propria attività lavorativa a causa di un lamentato stato depressivo/ansioso.

La medesima sentenza aveva disposto l’immediata reintegra della lavoratrice e il risarcimento del danno, commisurato alla retribuzioni maturate dal recesso ingiustificato.

Per il Collegio, lo stato di malattia lamentato per l’intero mese di febbraio 2012 doveva considerarsi “non simulato e compatibile con la prestazione (solo cinque giorni a settimana per quattro ore al giorno) della sua attività lavorativa domestica” presso il terzo, ritenuta “inidonea a comprometterne la riabilitazione psichica”, essendo al contrario “verosimilmente favorevole alla sua ripresa, tenuto conto della natura diagnosticata della patologia procurata dall’ambiente di lavoro presso la società datrice”.

La sentenza n. 15989/2016

I giudici della Suprema ricordano, preliminarmente, come “non sussista per il lavoratore assente per malattia un divieto assoluto di prestare, durante tale assenza, un’attività lavorativa in favore di terzi, purché questa non evidenzi una simulazione di infermità, ovvero importi violazione al divieto di concorrenza, ovvero ancora, implichi inosservanza al dovere di fedeltà imposto al prestatore d’opera”.

E aggiunge che “non si configura una giusta causa di licenziamento ove non sia stato provato che il lavoratore abbia agito fraudolentemente in danno del datore di lavoro, simulando la malattia per assentarsi in modo da poter espletare un lavoro diverso o lavorando durante l’assenza con altre imprese concorrenti oppure, anziché collaborare al recupero della salute per riprendere al più presto la propria attività lavorativa, abbia compromesso o ritardato la propria guarigione strumentalizzando così il suo diritto al riposo per trarne un reddito dal lavoro diverso in costanza di malattia e in danno del proprio datore di lavoro”.

Si potrebbe pensare che, all’esito di una tale ragionamento, la Suprema Corte abbia confermato la illegittimità del licenziamento ma, al contrario, ha accolto il ricorso della azienda di ristorazione.

Perché?

La Corte di Cassazione ha ritenuto opportuno accogliere un motivo di impugnazione della sentenza di appello consistente nella circostanza che la Corte capitolina non aveva svolto nessun concreto accertamento volto ad indagare né le caratteristiche del nuovo lavoro né la compatibilità di esso con la salute della donna.

Una doglianza accolta dalla Cassazione che ha sottolineato come, da diversi passaggi della sentenza di secondo grado, si evincesse “l’omesso esame di fatti storici, decisivi per il giudizio”.

La lavoratrice, infatti, aveva ammesso e successivamente negato l’attività prestata in favore di terzi e, quindi, conclude la Cassazione, “il tenore astratto e in termini meramente probabilistici della pronuncia, disancorata da un positivo accertamento dei fatti costitutivi della pretesa, ne rivela il carattere di motivazione meramente apparente”.

Fabiola Fregola

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