Precarietà: niente stabilizzazione per compensare l’abuso dei contratti a termine reiterati

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La Corte di Cassazione, a Sezioni Unite, con la sentenza n. 5072 del 15 marzo 2016, è intervenuta sul tema (aspro) del danno risarcibile spettante al lavoratore pubblico ai sensi dell’articolo 36 del Decreto Legislativo 30 marzo 2001, n. 165 in caso di abusivo ricorso al contratto a tempo determinato o di abusiva successione di contratti a tempo determinato.

In particolare, la Corte ha stabilito che i lavoratori del pubblico impiego che hanno subito un contratto a tempo determinato illegittimo hanno diritto a un risarcimento “automatico”, di un valore che può oscillare da un minimo di 2,5 a un massimo di 12 mensilità a seconda dell’anzianità di servizio, del comportamento delle parti e degli altri criteri fissati dalle regole sul rapporto di lavoro.

Questa sarebbe, secondo la Corte, la forma di tutela sufficiente a rispettare gli obblighi europei che impongono alle leggi nazionali di contrastare l’abuso del contratto a termine senza imporre la stabilizzazione del rapporto di lavoro.

L’orientamento della giurisprudenza

Il tema della precarietà “indotta” dall’abuso dei contratti a tempo determinato nella PA ha interessato, negli ultimi anni, anche la giurisprudenza di legittimità che ha, tuttavia, elaborato opzioni interpretative difformi, specie sul punto della liquidazione del danno.

In particolare, alcune pronunce hanno individuato nella disciplina sanzionatoria della illegittimità dei licenziamenti il punto di riferimento per la individuazione dei criteri risarcitori.

La sentenza n. 5072/2016

La sentenza in esame, nel ribadire l’esclusione della conversione del rapporto da tempo determinato in tempo indeterminato, accessibile solo mediante concorso, chiarisce che il danno risarcibile al lavoratore pubblico si qualifica come danno da perdita di chance, determinatosi per il fatto che il dipendente pubblico, abusivamente impiegato a termine, rimane confinato in una situazione di precarietà che comporta la perdita di chances di conseguire diverse soluzioni di stabile impiego.

E il danno?

Sul tema della prova del danno e della sua liquidazione la Corte ha, poi, tentato una interpretazione comunitariamente orientata volta a dare effettività alle previsioni del nostro ordinamento sul danno risarcibile.

In linea con i moniti della Corte di Giustizia, le Sezioni Unite hanno evidenziato che soprattutto la difficoltà della prova del danno subito in caso di abusivo ricorso al contratto a termine può ridondare in un “deficit di adeguamento della normativa interna a quella comunitaria e quindi in violazione di quest’ultima”, che potrebbe esporre a censure di costituzionalità la norma interna.

Con una interpretazione limitrofa alla disciplina comunitaria la Corte, quindi, richiama il regime risarcitorio previsto per l’abuso nel ricorso al contratto a termine nel lavoro privato dall’articolo 32 comma 5 della L. n. 183/2010, in analogia alla normativa strettamente contigua a quella dell’art. 36 D. Lgs. n. 165/2001 e che più si attaglia al fatto che il danno subito dal lavoratore non è da perdita del posto di lavoro, come sopra evidenziato.

Qual è la portata della sentenza?

La sentenza, di certo, non diminuirà la precarietà nella pubblica amministrazione.

Stante l’esigenza di una disciplina concretamente dissuasiva di abuso nella reiterazione dei contratti a termine che abbia, per il dipendente pubblico, la valenza di una disciplina di favore, le Sezioni Unite hanno statuito che il lavoratore pubblico è esonerato dalla prova del danno nella misura in cui questo è presunto e determinato tra il minimo ed il massimo previsti dall’articolo 32 sopra citato.

Al lavoratore pubblico non sarà preclusa, peraltro, a differenza di quanto accade per il lavoratore del settore privato la risarcibilità di un danno (da perdita di chances o di altra natura) in misura più elevata rispetto a quella presunta in base al citato articolo 32 L.183/2010, purché il lavoratore (in tale misura eccedente) operi le relative allegazioni e fornisca la corrispondente prova.

Fabiola Fregola

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