“Revenge porn”, una risposta ai ricatti hard

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Le recenti vicende di video e foto hard postati “ad insaputa” su Internet hanno dimostrato la facilità con la quale si possa andare incontro a spiacevoli inconvenienti in Rete attraverso la diffusione incontrollata di video e foto, peggio ancora se a scopo di “vendetta”. Un interessante strumento di contrasto è offerto dagli ordinamenti anglosassoni.

Una storia d’amore finita male. La semplice voglia di mettersi in mostra. Il piacere di sperimentare certi “giochi”. Questi sono alcuni dei motivi più ricorrenti che spingono sempre più a postare su Internet e social network contenuti di ogni tipo, senza controllo o consapevolezza. Può bastare veramente poco però per vedere pregiudicata la propria privacy e la propria dignità nella vetrina virtuale.

E sempre più spesso gli effetti sono irreversibili, dato che appare difficile cancellare del tutto immagini e video “scomodi”, nonostante i passi in avanti comunque compiuti di recente, e che vanno dal riconoscimento del “diritto all’oblio” (ma pur sempre a date condizioni) fino al futuro varo della normativa italiana “anti-cyberbullismo . Con il rischio di sostituire all’invocato “oblio virtuale”, il più agghiacciante “oblio materiale”, e cioè la morte, come dimostrato dalla triste vicenda del suicidio di Tiziana Cantone, o ancora della minorenne violentata e filmata dalle amiche in Romagna, costretta da insulti e sfottò persino ad abbandonare la scuola.

La vendetta sui social

Non mancano occasioni in cui la diffusione di contenuti osè- o anche la sola minaccia di esso- rappresenti più che altro una occasione di guadagno illegittimo, o per attuare una vera e propria vendetta. Si ricordano ancora precedenti  illustri, come la pubblicazione del noto filmino hard di una giovanissima Belen Rodriguez, postato dall’ex fidanzato a fronte del mancato soddisfacimento di una sua richiesta di danaro alla showgirl. O ancora, il noto scandalo che ebbe per protagonista Fabrizio Corona, incentrato sulle minacce di vendere ai rotocalchi foto compromettenti  di vip ove non fossero state riacquistate dagli ignari “protagonisti”.

Nel nostro Paese il più delle volte tali condotte finiscono con l’acquisire rilevanza penale, integrando reati che a seconda dei casi possono andare dalla diffamazione all’estorsione. Il problema è la quasi impossibilità di ricorrere ad una tutela per così dire preventiva. Per fare un esempio, più volte la giurisprudenza di legittimità ha ribadito l’impossibilità materiale di un controllo selettivo ed anticipato da parte dei Service providers sui contenuti pubblicati nelle relative piattaforme, così come l’impossibilità di equiparare a tutti gli effetti la testata giornalistica online al giornale tradizionalmente inteso, e rispetto al quale il Codice penale riconosce invece una fondamentale posizione di garanzia al suo direttore.

L’esempio di USA e Gran Bretagna

Guardando al resto del mondo è possibile tuttavia notare come in alcuni ordinamenti la vendetta o ricatto hard siano oggetto di specifiche previsioni incriminatrici. E’ questo ad esempio il caso degli Stati Uniti, dove molti Stati hanno adottato leggi ad hoc per contrastare un fenomeno- appositamente denominato “revenge porn”– dal notevole peso ed ampiezza, al punto da essere caratterizzato dalla presenza di appositi siti Internet in grado di garantire la vendetta su Internet. Si può ricordare a tal proposito “IsAnyoneUp.com”, tra i cui servizi offerti compariva proprio  la raccolta di immagini hot caricate da utenti desiderosi di vendetta o anche attraverso l’accesso illecito ad indirizzi email :il suo proprietario Hunter Moore è stato condannato a 2 anni e mezzo di carcere nel 2015 per furto d’identità ed “hacking”. Ma il vero limite del sistema statunitense è rappresentato dall’assenza di una legge federale unica. E a conferma dell’attualità e pericolosità del “revenge porn” non a caso si pongono pure le recenti dichiarazioni di Hillary Clinton, candidata del Partito Democratico alle elezioni presidenziali, la quale ha espressamente indicato come una delle priorità di un suo eventuale mandato proprio l’individuazione degli “strumenti necessari” per combattere il “revenge porn”.

Anche in Inghilterra il “revenge porn” è configurato come reato specifico, punendo precisamente con la reclusione fino a 2 anni la condivisione delle immagini , sia online che offline (dalla distribuzione di copie materiali fino all’invio a social networks ) a sfondo sessuale di una persona senza il consenso della stessa ed al solo fine di cagionargli angoscia. Tale scelta di contrasto ad un “comportamento disgustoso” – parole dell’allora Ministro della Giustizia Chris Grayling– risale al 2014- mentre in Irlanda e Scozia, analogo reato è diventato oggetto di incriminazione  rispettivamente nel Febbraio ed Aprile 2016. Ed altri esempi internazionali non mancano, anche più risalenti, come nel caso delle Filippine, dove la condotta di copia, riproduzione e condivisione web di video ed immagini a sfondo sessuale e senza il consenso scritto dell’interessato è punita già dal 2009.

E in Italia?

Come già anticipato, è in fase di discussione in Parlamento il disegno di legge su bullismo e cyberbullismo, il quale però dispone un intervento normativo a più ampio raggio, le cui misure cioè sono destinate principalmente a contrastare le condotte reiterate- anche attraverso strumenti informatici- aggressive o moleste  a danno di una vittima in grado di provocarle ansia, isolarla o emarginarla attraverso gli atti più vari (dalle derisioni ai ricatti). Tra le novità, si prevede la possibilità per la vittima di  chiedere al titolare del trattamento, al gestore del sito internet o del social media di oscuramento o la rimozione dei contenuti diffusi entro 48 ore, oppure- laddove ciò non avvenga- rivolgendosi al Garante della Privacy per un intervento entro le successive 48 ore.

Ma non è escluso che in futuro la legislazione italiana prenda in considerazione in maniera specifica proprio il fenomeno della vendetta hard, sulla falsariga di quanto avvenne- ispirandosi proprio agli ordinamenti anglosassoni- con l’introduzione del reato di stalking nel 2009. D’altra parte, un’attenzione specifica non sarebbe inopportuna: il 13% dei ragazzi di età compresa tra i 14 ed i 19 anni (dati Skuola.net) già condivide su Internet video e foto osè, e la crescente diffusione del sexting ben potrebbe moltiplicare le occasioni di ricatti hard a scopo di lucro o di vendetta.

Antonio Cimminiello

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