Il panino della discordia: pasto da casa e la guerra nelle mense

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Alla fine del secondo round il tira e molla tra genitori e scuole sul cibo consumato in sala mensa e portato da casa: la Corte d’Appello di Torino spiazza tutti dicendo che si può

I primi giorni di scuola, oltre al problema delle cattedre vuote, al centro del dibattito ci sono i soliti disguidi burocratici “all’italiana”: no, non ci sono le aule sgarrupate, i computer vintage, la carta igienica home made.

Da un po’ di tempo uno dei problemi affrontati riguarda il diritto di alunni e genitori per l’organizzazione del pasto consumato sui banchi di scuola.

Il panino della discordia: da dove parte la rivolta

Dalla sempre civilissima e avanguardistica Torino, una moltitudine di “rivoltosi”, ha avviato una battaglia legale nei confronti del Comune e del Miur per vedersi riconosciuto il diritto.

Il giudice di prime cure dice no, la Corte d’Appello di Torino annulla tutto e dice sì, ma solo alle famiglie ricorrenti.

Il tira e molla non finisce qui: infatti, il Comune, da ultimo cede ed estende il diritto a tutti coloro che hanno dato disdetta al servizio mensa entro il 26 settembre.

La questione, però, non sembra essere giunta al tanto sperato lieto fine, poiché potrebbero presto arrivare altre sentenze, tra cui quella della Cassazione, cui si è rivolto il Miur.

Nonostante le incertezze, la “rivolta sta contagiando altre città: a Genova il sindaco Doria s’è messo al lavoro; a Napoli l’assessore all’istruzione Palmieri sta riflettendo sulle ripercussioni sanitarie; a Milano i genitori cominciano a interessarsi.

Il panino della discordia: l’ordinanza

I giudici della Corte d’Appello di Torino, con l’ordinanza del 21 Giugno 2016, N. 1049, hanno rigettato il reclamo del ministero dell’Istruzione contro la decisione di un giudice che aveva riconosciuto il diritto di consumare a scuola il pasto portato da casa.

Secondo i giudici della Suprema Corte, il reclamo presentato dal Miur è infondato, ritenendo che, le lagnanze delle Amministrazioni, non appaiono al Collegio «idonee a consentire una diversa ricostruzione del quadro normativo, che neghi al genitore dell’alunno iscritto al tempo pieno (si tratta di scuola primaria) la facoltà di scegliere, per il proprio figlio, tra il servizio di refezione offerto dal Comune e la consumazione a scuola, durante l’orario del pranzo, di un pasto preparato a casa: evidentemente sotto la propria responsabilità».

Di seguito, si legge nell’ordinanza, che: «il diritto allo studio è riconosciuto dall’art. 34 Cost., che lo declina, in primo luogo, attraverso la previsione di obbligatorietà e gratuità dell’istruzione inferiore per almeno 8 anni. La gratuità dell’istruzione è un principio assoluto e in alcun modo relazionato al reddito dei soggetti che devono fruirne. E’ quindi evidente che subordinare il diritto allo studio all’adesione a servizi a pagamento viola il dettato costituzionale».

Ancora: «Ferma restando la possibilità di uscire accompagnato all’ora di pranzo e rientrare per la ripresa pomeridiana delle lezioni, il diritto dell’alunno a “tempo pieno” di partecipare al “tempo mensa e dopo mensa” a scuola non può essere negato, ne’ subordinato all’adesione a un servizio a pagamento, come quello di refezione», perché «il “tempo mensa e dopo mensa” è parte dell’offerta formativa ed è un momento di sviluppo della personalità, valorizzazione delle capacità relazionali, educazione ai principi della civile convivenza. Valori formativi che devono essere preservati, per quanto possibile, dall’istituzione scolastica, pena la negazione del diritto che è stato qui accertato»

«Segue, per esclusione» – si evidenzia in un altro punto dell’ordinanza – «che l’unica alternativa ragionevolmente praticabile, rispettosa sia dell’art. 34 Cost., sia dei dati emergenti dalle fonti di legge e ministeriali, consiste nel consentire agli alunni del “tempo pieno” che non aderiscono al servizio di refezione comunale di consumare a scuola un pasto domestico, ossia preparato a casa».

Per i giudici della Corte, infine, in merito all’organizzazione relativa ai locali adibiti a refettorio, deve essere lasciata a ciascun istituto, ma tenendo presente che è «opportuno stabilire regole di coesistenza: regole che hanno anche, e soprattutto, la funzione di mantenere chiarezza sull’ambito entro cui la ditta appaltatrice del servizio può essere chiamata a rispondere per il cibo somministrato in mensa».

Il panino della discordia: i costi delle mense scolastiche

Ma la ragione, da che parte sta? Da quella di genitori insoddisfatti? Oppure da quella degli educatori e degli amministratori che dicono che la mensa è un’occasione di educazione tout court e alimentare nello specifico?

Difficile a dirlo. In ogni caso fanno discutere i numeri che riguardano le mense scolastiche in Italia: un’indagine di Cittadinanzattiva ha confermato un costo medio mensile di 80 euro (si va dagli 0,57 euro a pasto di Potenza ai 7 euro a pasto di Palermo), non sostenibile per molte famiglie.

Risulta, pertanto, molto difficile garantire a tutti i bambini, indipendentemente dalle risorse della loro famiglia, almeno un pasto di elevato valore nutritivo e bilanciato al giorno e fare del momento del pasto un momento di educazione sia alimentare sia comportamentale, evitando inutili discriminazioni.

Save the Children, da alcuni anni realizza un dettagliato monitoraggio sul servizio di ristorazione scolastica nelle scuole primarie d’Italia, dal titolo (Non) tutti a mensa. Lo scorso anno contavano 25 Comuni su 45 con rette agevolate solo per i residenti, 6 comuni senza alcuna agevolazione nemmeno per le famiglie più povere, 7 comuni che escludono i bambini dal servizio mensa in caso di insolvenza.

Dal report, per quanto riguarda la qualità delle mense, emerge che per il 65% dei comuni il servizio viene effettuato esclusivamente con pasti trasportati da cucine esterne. Passaggio che, sicuramente, non aiuta a diminuire costi e conseguenti differenze tra i bambini.

Inoltre, anche se tutti i comuni monitorati dichiarano di aver recepito le direttive delle Linee Guida del Ministero della Salute per quanto riguarda la predisposizione dei menù sulla base dei LARN (Livelli di Assunzione giornalieri Raccomandati di Nutrienti) e la previsione di controlli esterni, non tutti hanno attivato la Commissione Mensa in tutte le scuole, fondamentale per coinvolgere anche le famiglie sul tema dell’educazione alimentare.

Maggiori difficoltà si verificano in caso di riduzione per famiglie con redditi bassi: considerando, per esempio, una famiglia di classe “medio-alta” con ISEE 25.000 euro e un figlio, la tariffa più economica risulta essere Catania con una retta giornaliera di 2,3 euro, mentre quella più cara Livorno con una retta di 6,715 euro.

Secondo il rapporto “(Non) Tutti a mensa!”, inoltre, 15 Comuni superano la soglia di 5 euro per pasto (100 euro al mese) con Palermo che, nonostante sia in una regione caratterizzata da un basso costo della vita e uno dei tassi di disoccupazione più alti d’Italia, ha una tariffa di 6 euro a pasto.

Passando all’esame delle riduzioni del pagamento, tariffe ridotte sono previste in tutti i Comuni ma variano, da territorio a territorio, i criteri di accesso al beneficio: secondo il rapporto di Save the Children, il 57% dei comuni intervistati prevede misure di riduzione e esenzione solo per i residenti, mentre il 43% non prevede nessuna forma di restrizione legata alla residenza.

Ancora, se tutti i Comuni mappati prevedono riduzioni in base al valore ISEE della famiglia, sono il 66% a prevedere particolari riduzioni per nuclei familiari numerosi e il 25% a garantire la riduzione delle tariffe in casi di sopravvenuta disoccupazione o cambiamenti della situazione economica della famiglia avvenuti durante l’anno (ISEE Corrente).

Il panino della discordia: la questione continua

Si è quindi rilevato che la questione è di particolare complessità e che non può semplicemente ridursi al diritto o meno di scegliere quali siano i pasti adatti per i propri figli, sia per motivi di salute che per motivi economici.

In ogni caso, la questione continua, sia perché le scuole si dichiarano non pronte ad effettuare qualunque intervento per la data prevista nel 3 ottobre (oggi siamo arrivati al 6 ottobre, e non sembra ci siano rilevati novità a livello Nazionale), sia perché la questione verrà sicuramente rinviata alla Suprema Corte di Cassazione che, finalmente e almeno dal punto di vista giuridico, potrà dire fine alla questione.

Nel frattempo ci sono schiere di bambini, ragazzi, genitori ed insegnanti lasciati nel pieno limbo e nella domanda esistenziale, se cedere dinnanzi ad un panino o al pasto della mensa.

Ai posteri l’ardua sentenza.

Maria Teresa La sala

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