“Dimettiti o pubblico il video hard”: il porno ricatto è tentativo di estorsione

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porno ricatto

Il porno ricatto con la minaccia “Dimettiti dalla carica pubblica, altrimenti pubblico il video hard che ti raffigura” integra la fattispecie di tentata estorsione.

E’ quanto statuito dalla Corte di Cassazione sezione Penale con la sentenza n. 44408 del 20 ottobre 2016, in cui è stata chiamata a pronunciarsi sul provvedimento del Tribunale del Riesame di Potenza che, ritenendo configurabili gravi indizi di colpevolezza a carico dell’imputato accusato di tentata estorsione ai danni di un assessore comunale, disponeva la misura degli arresti domiciliari.

Porno-ricatto ai danni dell’assessore comunale

L’imputato è stato sottoposto alla misura cautelare domiciliare in virtù  dell’accusa di aver minacciato un assessore comunale di divulgare sui social un video hard che lo ritraeva durante un atto di autoerotismo compiuto durante una chat erotica su Skype con una ragazza complice dell’imputato, se non si fosse dimesso dalla carica di assessore comunale. Ciò con l’evidente scopo di subentrare, in quanto primo dei candidati non eletti, nel consesso comunale.

La ragazza complice avrebbe contattato l’assessore in una video-chat online notturna su Skype, intrattenendo una conversazione a luci rosse che avrebbe portato l’uomo a compiere atti di autoerotismo registrati dalla ragazza che, al termine della conversazione, avrebbe minacciato l’uomo di pubblicare il video hard se non avesse acconsentito alle richieste avanzate dal complice.

Richieste che consistevano nelle dimissioni dalla carica pubblica di assessore comunale al fine di consentire all’imputato, noto editore di Potenza, di subentrare nel ruolo pubblico all’interno del consesso comunale.

L’assessore comunale non ha ceduto alla minaccia e non si è dimesso, denunciando l’accaduto alle forze dell’ordine, determinando così l’avvio del procedimento penale dallo scorso ottobre.

Porno ricatto, è tentata estorsione

La Corte ha ritenuto ravvisabili i gravi indizi di colpevolezza e le esigenze cautelari alla base del provvedimento restrittivo della libertà personale, ritenendo configurabili gli estremi del delitto di estorsione nella forma tentata.

Il porno ricatto posto in essere dall’imputato configurerebbe un’ipotesi di tentata estorsione, consistente nella commissione di atti idonei ad ottenere le dimissioni dell’assessore comunale dalla carica ricoperta con l’aspirazioni di ottenere l’ingresso nel consesso comunale.

Secondo la Corte, quanto al requisito richiesto per la punibilità del tentativo della idoneità degli atti, non ricorrerebbe l’ipotesi del reato impossibile ex art 49 c.p. dovendosi a tal fine aver riguardo non al risultato conseguito (altrimenti sarebbe sempre irrilevante penalmente l’ipotesi del tentativo) ma all’idoneità della condotta a conseguire lo scopo che l’agente si propone. Ci sarebbe impossibilità solo in caso inefficienza strutturale e strumentale del mezzo usato che sia assoluta ed indipendente da cause esterne ed estrinseche di modo che l’azione valutata ex ante risulti del tutto priva di idoneità di attuazione del proposito criminoso.

Nel caso de quo, la Corte ha ritenuto che la condotta consistente nella minaccia di pubblicare il video hard fosse astrattamente idonea al raggiungimento dell’obiettivo preso di mira dall’imputato dell’inserimento nel consesso comunale.

Inoltre la Corte ha ritenuto ravvisabile il tentativo di estorsione e non quello meno grave di violenza privata in quanto il primo reato è ravvisabile in luogo del secondo nei casi in cui l’agente per procurarsi un ingiusto profitto faccia uso di violenza o minaccia per costringere il soggetto passivo a fare od omettere qualcosa che gli procuri un danno economico. Qui la finalità cui mirava l’imputato comportava un evidente danno economico per l’assessore, consistente nella perdita dei compensi e delle indennità collegati alla carica pubblica ricoperta, e vantaggi economici per l’imputato, consistenti nei corrispettivi legati alle possibili  cariche nel consesso comunale cui aspirava.

Nessun dubbio quindi per la Corte Suprema che, in presenza della minaccia non andata a buon fine di divulgazione di un video porno in mancanza delle dimissioni richieste, si configura il reato di tentata estorsione. Così la Corte ha confermato l’arresto dell’imputato.

Martina Scarabotta

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