Minaccia di licenziamento per “vendetta”, è reato

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Trovare lavoro, nonostante le recenti iniziative politiche, continua ad essere un compito arduo.

Pur quando si ottiene un’occupazione, molte volte si è costretti ad accettare condizioni al limite dell’impossibile, e solo per conservare il “posto”. Con la sentenza 42336/2016 però la Cassazione interviene sul punto, assicurando una incisiva tutela penale a fronte di possibili comportamenti illegittimi del datore di lavoro, quale può essere un licenziamento “per vendetta”.

La minaccia di un licenziamento ingiustificato può assumere rilievo penale. E’ questo l’importante principio di diritto desumibile dalla sentenza della Corte di Cassazione n°42336 del 2016, che interviene in quel variegato mondo del lavoro,  dove neanche la recente innovazione della normativa – nell’ottica di una complessiva “tutela crescente”- sembra essere pienamente in grado di mettere al riparo da possibili abusi da parte del datore di lavoro.

Il caso

La questione è incentrata su una conversazione intervenuta tra il dirigente di sede operativa di una nota impresa ed una sua sottoposta. Nella conversazione si elencava alla donna una serie di condizioni lavorative particolarmente gravose – dal ridimensionamento del ruolo e della relativa autonomia gestionale fino al rischio di vero e proprio licenziamento o di cassa integrazione- come ritorsione per una serie di scuse mancate (la donna era stata accusata di aver messo in giro maldicenze sul suo conto). Dunque, si trattava di una condotta di prevaricazione, posta in essere per un fine di “vendetta”.

L’aspetto che la Suprema Corte però evidenzia è rappresentato dal tono complessivo che caratterizzò quel discorso. In altre parole, il dirigente non si è limitato in quell’occasione semplicemente a prospettare “uno scenario lavorativo fortemente penalizzante per la persona offesa” a scopo di ritorsione,  ma lo fece con modalità particolarmente aggressive, visto che “le parole pronunciate, ed ancor più il tono complessivo del discorso denotano acredine, ansia di punizione, volontà di allarmare e di impaurire l’interlocutrice, farla sentire debole e precaria, sacrificabile e sostituibile, pressoché irrilevante nel contesto aziendale”.

Sarebbero proprio tali modalità a permettere di ricostruire la condotta del dirigente- come tra l’altro già fatto dal giudice di secondo grado- in termini di minaccia, punibile ai sensi dell’art. 612 del Codice Penale. Ricorrerebbe in particolare  “l’idoneità minatoria” tipica di tale reato, anche alla luce del “potere concreto che l’imputato aveva di incidere negativamente sulle condizioni lavorative della persona offesa”. A ciò si aggiungerebbe l’ulteriore reato di lesioni, come dimostrato dalle ecchimosi provocate sul corpo della persona offesa in occasione dell’ incontro “chiarificatore” tra i due.

Un rafforzamento della tutela del lavoratore

La pronuncia della Cassazione offre un’ulteriore riflessione sulla necessità, in alcuni casi, di garantire una tutela effettiva dei lavoratori dipendenti anche attraverso fattispecie incriminatrici penali. Si tratta cioè di scardinare quello che per anni è stato il “mito” del datore di lavoro, fonte di decisioni indiscutibili anche se illegittime. La sentenza in parola si pone così in una sorta di ideale continuità con altre pronunce precedenti che hanno cercato di proteggere lavoratori da condotte datoriali non semplicemente contrarie a leggi di settore, ma tali da porre a repentaglio alcuni loro diritti fondamentali, su tutti il diritto alla salute, come dimostrato dalle recenti vicende “Thyssenkrupp” ed “Eternit”.

Ugualmente,  la sentenza 42336/2016 sembra porsi a presidio del diritto costituzionale al lavoro, il quale non può essere pregiudicato dall’esercizio senza limiti del potere di licenziamento che pure negli ultimi tempi ha visto progressivamente ampliarsi le proprie maglie (si pensi all’ipotesi del “licenziamento” per motivi economici), soprattutto poi quando da ciò ne possano derivare conseguenze ancor più gravi, come la lesione della salute stessa ed il diritto ad un’esistenza e ad un ambiente di lavoro dignitosi.

Antonio Cimminiello

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