Mobbing: rapporto di lavoro o rapporto di famiglia?

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“Corri sfaticato, vai a sistemare la stampante!

Ma direttore sto cercando di fare quello che mi avevo chiesto prima!!!

Allora sdoppiati, idiota!”

Il fenomeno del mobbing nel nostro ordinamento

Il fenomeno del  “mobbing” nell’ordinamento giuridico penale non ha una precisa collocazione normativa, non essendo prevista nel nostro ordinamento giudico una specifica norma che lo contempli.

Tuttavia negli ultimi anni si è consolidata una giurisprudenza  che ha, di volta in volta, formulato diverse ipotesi interpretative, riconducendo l’attività vessatoria posta in essere dalla parte datoriale nei confronti del dipendente in fattispecie di reato diverse tra loro per elementi costitutivi e bene giuridico protetto, spaziando dalle lesioni personali all’ingiuria e diffamazione, sino all’omicidio colposo.

Recentemente, la Corte di Cassazione si è orientata per riconoscere rilevanza penale alle condotte di mobbing, inquadrate all’interno della fattispecie di  maltrattamenti in famiglia previsto e punito dall’art. 572 c.p.: “ chiunque, fuori dei casi indicati nell’articolo precedente, maltratta una persona della famiglia o comunque convivente, o una persona sottoposta alla sua autorità o a lui affidata per ragioni di educazione, istruzione, cura, vigilanza o custodia, o per l’esercizio di una professione o di un’arte, è punito con la reclusione da due a sei anni”.

Particolarmente interessanti gli orientamenti giurisprudenziali che, seppur divergenti nella connotazione giuridica del rapporto di “parafamiliarità”, presentano come punto di convergenza la circostanza che, qualora la condotta contestata abbia i requisiti del rapporto di supremazia tra mobber e vittima, della ripetitività della condotta e della finalità vessatoria, tale comportamento può certamente rientrare nella sfera sanzionatoria descritta dall’articolo 572 c.p.

La struttura del reato e la giurisprudenza

Il reato in analisi, dunque, assume la forma del reato abituale, in quanto si caratterizza per la sussistenza di una serie di fatti, commissivi o omissivi, i quali acquistano rilevanza penale per effetto della loro reiterazione nel tempo. Il bene giuridico tutelato è individuabile nella famiglia, ma anche, secondo quanto individuato dalla dottrina e dalla giurisprudenza recente, nell’integrità psicologica del soggetto passivo.

Per quanto concerne il carattere della “parafamiliarità”, negli ultimi anni si sono delineati due orientamenti giurisprudenziali.

Un indirizzo giurisprudenziale ha di recente affermato che le condotte vessatorie e discriminanti, abituali e protratte nel tempo, caratterizzate da un vincolo di supremazia-soggezione nel rapporto di lavoro e da un animo vexandi, possono ben possedere il requisito della parafamiliarità anche nell’ipotesi di rapporto di lavoro intercorrente tra professionisti di elevata qualificazione anche all’interno di ambienti lavorativi non esclusivamente di tipo familiare, ma anche in imprese di dimensioni medio-grandi con un numero considerevole di lavoratori.  Pertanto “ l’insussistenza di un rapporto parafamiliare non può essere desunta dal dato – meramente quantitativo –costituito dal numero dei soggetti operanti nell’organizzazione in cui siano commesse la condotte in ipotesi di maltrattamenti, dovendo essa piuttosto fondarsi sull’aspetto qualitativo, cioè sulla natura dei rapporti intercorrenti tra superiore e sottoposto” (cfr. Cass. Sez. IV n. 4032/2015).

Tale orientamento trova i suoi fondamenti nella ineludibile tutela della salute del lavoratore nell’ambiente di lavoro (art. 32 Cost.).

mobbingDi indirizzo opposto è l’orientamento tutt’oggi dominante in ragione del quale non è possibile ritenere configurabile il reato in questione laddove, quandanche chiaramente accertato un fenomeno di mobbing, esso si sia consumato in una realtà aqziendale sufficientemente complessa e articolata, tale da escludere quella intensa e abituale relazione tra datore di lavoro e dipendente indice di una comunanza di vita assimilabile a quella del consorzio familiare, i cui interessi la norma incriminatrice de qua intende tutelare.

Sul punto si segnala una Pronuncia della Suprema Corte che esclude, nel caso di ripetuti comportamenti vessatori operati da un dirigente sanitario a danno di una dottoressa sua subalterna, il reato di cui all’art. 572 c.p.; e ciò in considerazione di una incompatibilità fra il carattere parafamiliare e la struttura ospedaliera (Cass. Sez. VI n. 49545/2014).

Quest’ultimo orientamento giurisprudenziale si snoda attraverso le seguenti considerazioni: non può ritenersi sussistente una condizione di parafamiliartà con riferimento a realtà aziendali considerevoli, dotate di un’organizzazione interna articolata, nella quale risulta difficile individuare rapporti di lavoro caratterizzati da una stretta vicinanza professionale, da comportamenti consuetudinari e condivisione di spazi lavorativi, dal completo affidamento del lavoratore nei confronti del superiore, come si avrebbe in un ambiente lavorativo circoscritto come quello familiare.

Antonino Giampino – Francesco Palazzolo

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